A scuola, al lavoro andiamo in bici!

FIAB Modena da sempre sostiene campagne per la diffusione della bicicletta come mezzo di spostamento per andare al lavoro e per andare a scuola. A Modena è partner del progetto Bike to work promosso dal Comune di Modena. Assieme al Comune di Fiorano Modenese ha realizzato la campagna “M’illumino di più”, per informare i lavoratori su come andare al lavoro in bici, ma in sicurezza.

Ora più che mai il tema si propone come essenziale strategia per risolvere i problemi di spostamento che l’emergenza COVID 19 inevitabilmente ci costringerà ad affrontare: rispetto del distanziamento, difficoltà di utilizzo del trasporto pubblico, ulteriore congestione del traffico qualora la nostra risposta fosse solo l’auto privata.

Urge quindi che le nostre amministrazioni si affrettino a predisporre dei percorsi adeguati per raggiungere più velocemente e in sicurezza i luoghi i lavoro e soprattutto i poli scolastici.

Bici elettrica, monopattini, cargo-bike potranno esserci d’aiuto anche sulle distanze un po’ più lunghe? Se ci proviamo potremmo accorgerci che in bici o a piedi raggiungeremo le nostre destinazioni quasi nello stesso tempo, guadagnandoci in salute, benessere e… portafoglio. Proviamoci!

Paola Busani

Al lavoro in bicicletta

Andare al lavoro in bicicletta è una scelta intelligente per i lavoratori/pendolari, ci sono evidenti vantaggi in termini di salute, di benessere ambientale e di risparmio per i costi legati al trasporto, ma nonostante queste evidenze oggettive e in parte scientifiche, lasciare in garage l’automobile e inforcare la bicicletta tutte le mattine, non è una scelta frequente.

Cambiare il proprio mezzo di trasporto per andare al lavoro ha ricadute più ampie su molti aspetti della nostra vita; forse è questo che ci condiziona oltre la pigrizia. Usare la bicicletta per recarsi al lavoro diventa una scelta di vita o se preferite una filosofia di vita.

Certo non sarà tutto facile, ma ci sono diverse soluzione per affrontare i problemi legati alla sicurezza, alle condizioni metereologiche, all’arrivare al lavoro sudati e scontrarsi con lo scetticismo e l’incomprensione dei colleghi… ma il più è iniziare!

FIAB Modena, venerdì 20 settembre, è pronta a guidarvi in questa esperienza, come per il primo giorno di scuola, saremo le persone fidate che vi accompagneranno al lavoro nelle tre destinazioni di Fiorano- Modena, Nonantola- Modena e Carpi- Novi di Modena. Indipendentemente dall’essere guidati o meno dai nostri esperti soci FIAB, invitiamo tutti i lavoratori modenesi a partecipare alla VI° giornata nazionale del bike to work e a convincere tutti i colleghi a prenderne parte. Chissà non diventi abitudine quotidiana!

Bike to Work: consigli per aziende

Affinché la campagna Bike to Work nella vostra azienda possa attuarsi con successo è consigliabile:

installare rastrelliere custodite per il parcheggio delle biciclette; meglio ancora prevedere parcheggi custoditi all’interno dell’azienda. Il lavoratore deve essere sicuro di ritrovare la bicicletta all’uscita del lavoro; questo permette anche l’utilizzo di biciclette di qualità migliore o di bici-elettriche che permettono di coprire distanze maggiori.

Allestire uno spazio adibito a spogliatoio per chi viene al lavoro in bici o a piedi anche nei giorni di pioggia e ha necessità di cambiarsi e asciugarsi.

Prevedere una piccola officina mobile per riparazione bicicletta: alcune camere d’aria, kit di riparazione, filo dei freni, una pompa, olio.

Verificare gli accessi al posto di lavoro; come sono i percorsi ciclabili in prossimità dell’azienda? Ci sono dei punti critici da risolvere? Ad esempio un attraversamento ciclo-pedonale non sicuro, un semaforo troppo lungo, divieti di parcheggio bici all’interno del cortile. Questi elementi di criticità vanno risolti o almeno mitigati, anche facendo richiesta esplicita all’amministrazione comunale.

Offrire un servizio di consulenza sull’individuazione del percorso casa-lavoro (il più semplice, diretto e sicuro), anche avvalendosi dell’utilizzo di una delle tante app oggi disponibili. Questi applicativi consentono anche di memorizzare i percorsi casa-lavoro, il conteggio dei km fatti in bici e relativo risparmio di CO2 e consumo di calorie.

Organizzare corsi di manutenzione bici o sicurezza all’interno dell’azienda.

Individuare un responsabile della mobilità all’interno dell’azienda, in caso che non sia previsto il ruolo del mobility manager.

Somministrare ai lavoratori un questionario sugli spostamenti casa-lavoro per conoscerne meglio le esigenze, le abitudini di spostamento e trovare le giuste risposte.

Acquistare biciclette o bici a pedalata assistita per i dipendenti o prevedere incentivi aziendali per l’acquisto di biciclette da parte dei singoli lavoratori o in gruppi di acquisto.

Prevedere un incentivo economico in busta paga o in ore di permessi retribuiti.

Voglia di lavorare … basta pedalare!

Un’impresa, un’azienda o un datore di lavoro, possono trarre beneficio dall’attività fisica regolare compiuta dai propri dipendenti. Andare al lavoro in bici quotidianamente predispone il lavoratore ad un atteggiamento positivo, che si riflette sulla quantità ma soprattutto sulla qualità produttiva dell’azienda stessa: bici, salute e produttività vanno di pari passo.

Un dipendente che usa regolarmente la bici per andare al lavoro: è mediamente più sano e meno soggetto ad ammalarsi. Si è calcolato che risparmia in media 2,1 giorni di malattia all’anno, riducendo così l’assenteismo lavorativo; quando arriva al lavoro in bici, si sente più attivo, di buon umore e per questo si concentra più facilmente, ottenendo maggiori risultati nelle ore di ufficio; non utilizza lo spazio aziendale destinato ai parcheggi auto, lasciando più posto per i clienti, fornitori o a chi non ha alternativa all’auto privata per muoversi; migliorando significativamente, pedalata dopo pedalata, il suo benessere individuale,  il suo stato mentale e fisico lo inducono a vivere rapporti positivi e proficui con colleghi e clienti, infine elimina contrattempi che provocano ritardi.

Chi si muove in bici sa quando parte e sa quando arriva. Non potrà più dire “c’era traffico” o “ l’autobus  non arriva mai”; spende meno per muoversi nel tragitto casa-lavoro, aumentando le sue disponibilità economiche per viaggi, svaghi, istruzione, cultura, contribuendo al benessere economico della propria comunità.

Marina Beneventi
www.modenainbici.it

C’è chi sceglie di pedalare

Quando ero un ragazzino mio padre prendeva la bicicletta e salutava mia madre con un classico “a vagh a Modna”, che usavano i residenti fuori da quella che una volta era la cerchia delle mura, quando andavano in centro. Seguivo mia madre con la mia biciclettina blu quando andava a fare la spesa al mercato, l’Albinelli, dove c’era uno dei tanti depositi custoditi; sono andato a scuola con la ciclo e a zonzo con gli amici, spingendomi spesso fuori città.

Usare la bicicletta era normale, molti l’usavano tutti i giorni, ma poi qualcosa è cambiato. Forse abbiamo creduto di essere più ricchi e che l’automobile fosse più comoda. Una cosa è sicura abbiamo letteralmente intasato con le nostre auto la città, ammorbandone l’aria e deturpando molte belle vie e piazze del centro, trasformandole in parcheggi.

Certamente negli anni Modena è cresciuta con nuovi quartieri residenziali e nuove zone produttive e commerciali. Rimane però vero, almeno per i residenti in città, che difficilmente le distanze percorse per andare al lavoro non superano i 5 o 6 chilometri.

Nella Modena di oggi, molti lavoratori che usano la bicicletta lo fanno perché convinte della maggior comodità della stessa, nei piccoli e medi spostamenti quotidiani in città; qualcuno neppure possiede un automobile perché ha scoperto che non gli serve. C’è chi arriva in città in treno, con una bici pieghevole, per poi proseguire. C’è chi lascia la bici in deposito, usandola per gli spostamenti cittadini una volta lasciata l’auto in parcheggio. C’è chi usa la bicicletta perché ha solo quella. Chi della bici fa un mezzo di lavoro; corrieri in bicicletta che fanno consegne in città, compresa la spesa a domicilio. Una famiglia con tre bimbi ha perfino scelto di vendere l’auto per muoversi esclusivamente con una cargo bike.

Molti con l’uso della bici si sentono meglio fisicamente, sono meno stressati dal traffico, meno costretti, più liberi ed arrivano a destinazione più tranquilli, ottimisti e sereni…forse proprio come nella Modena di una volta.

Eugenio Carretti
www.modenainbici.it

Sorsate di libertà

Chiediamo ad un passante qualunque in che rapporto stanno, nel quotidiano, Lavoro e Libertà. Agli antipodi, sarà la risposta. Sennò perchè chiameremmo tempo libero quello che avanza dal lavoro? Invece, che libertà si associ a bicicletta non potrà negarlo: le due ruote evocano autonomia, facilità di spostamento, gambe attive e testa nell’aria.

Anche guidare l’auto è liberatorio, dice senza sosta la pubblicità in tv. Chiediamoci però come mai gli spot mostrano sempre macchine che sfrecciano solitarie in paesaggi sconfinati, mai in coda ai semafori nell’ora di punta. Inscatolati nell’ingorgo mattutino che rigurgita gas di scarico prima di essere inghiottiti dai luoghi di lavoro e di studio: che salutare inizio di giornata! Un’alternativa, almeno per molti, c’è: usare la bicicletta.

Un dono per il fisico e per l’umore. Il corpo, mortificato al chiuso per ore ogni giorno, ringrazierà, perché il bisogno di muoversi nello spazio è fisiologico, ed attivando i muscoli si ossigena anche il cervello. Ossigenare, nelle nostre città!? Sembra una beffa. Giusto, il dramma inquinamento: sacrosanto, anzi vitale far pressione perché chi ci amministra lo affronti davvero, drasticamente e in fretta. Ma fare la propria piccola parte per diminuirlo si può; tanto, non è vero che chiusi un macchina ci si difenda meglio dallo smog! È vero che ciclisti e pedoni respirano più smog di chi sta in auto, ma le ricerche mediche dimostrano che questo svantaggio è ampiamente compensato dai benefici del movimento.

Quindi ne vale la pena, da molti punti di vista. Sorrideremo di più ed emanando più benessere diventeremo, si spera, contagiosi: altri lasceranno la macchina in garage e respireremo tutti un po’ meglio. Fantasia? Allora mettiamola su un altro piano. È nota la sindrome dello “stress da vacanza”. Non è un paradosso: tutto quel tempo per se in un colpo solo dopo mesi di costrizione provoca un effetto overdose. La pedalata casa-lavoro: la nostra dose omeopatica quotidiana di libertà.

Chiara Marchiò

Non uso la bici perché … le scuse più frequenti

Non uso la bici perché. Resistenza n.1: Con la macchina faccio prima
Nessun luogo è lontano, ovvero cambiare prospettiva

Spesso abbiamo l’impressione che la modalità più pratica e veloce  per raggiungere il luogo di lavoro sia l’automobile, anche quando ci muoviamo all’interno della stessa città e/o la distanza non supera i 7/9 chilometri.

Così ci immergiamo nel traffico cittadino all’interno delle nostre scatole di metallo, facciamo lunghe code al semaforo e poi passiamo e ripassiamo sulla stessa via nell’inutile tentativo di cercare un parcheggio. Quante volte lo sentiamo raccontare dai colleghi, che  sono costretti ad uscire ad orari improbabili per evitare code e per poter sostare nelle poche zone riservate, magari aspettando l’uscita dei residenti.

In questi casi sono l’abitudine e la pigrizia ad avere la meglio, basterebbe però provare una volta per tutte a cambiare prospettiva ed invece di divorare l’asfalto, inseguendo i secondi persi ai semafori, scandire lentamente il tempo al ritmo delle nostre due ruote, imboccando strade alternative a quelle usuali, magari passando all’interno di un parco cittadino o di una pista ciclabile della quale fino a ieri ignoravamo l’esistenza.

Alla fine ci accorgeremo con stupore non solo che i tempi spesi per il tragitto casa lavoro sono gli stessi o quasi, ma che avremo imparato a perderci tra gli odori del mattino appena iniziato o i colori del tramonto e, … miracolo!, a sviluppare una disposizione d’animo positiva per affrontare la giornata.

 

Non uso la bici perché. Resistenza n.2: Ho freddo, ho caldo, mi bagno
Non facciamoci influenzare dal ciclo delle stagioni, piuttosto assecondiamolo 

Ma come fai a prendere la bici con questo tempaccio? Quante volte ci sentiamo rivolgere questa domanda quando arriviamo sul luogo di lavoro in una fredda mattina d’inverno, con cappello, guanti imbottiti e magari una mantella impermeabile che ci sfiliamo dal capo per non bagnare tutto quello che sfioriamo? Oppure quando fuori la lancetta del termometro supera i 30 gradi e ci sembra che l’unico modo per salvarsi dal caldo infernale sia accendere l’aria condizionata a 18 gradi?

Se dovessimo attendere il periodo propizio dovremmo inforcare la bicicletta solo in primavera , con il sole e la temperatura mite.

Ma allora come fanno gli atleti che devono allenarsi e che escono da casa estate ed inverno, con il gelo e con l’arsura?  Quando si fa sport l’abbigliamento aiuta e naturalmente anche quando scegliamo la bicicletta come mezzo di trasporto, nei periodi in cui piove o la colonnina di mercurio scende in picchiata, coprirsi adeguatamente è buona norma.  Ma il vero cambiamento è quello mentale, ovvero considerare l’avvicendamento delle stagioni come un evento naturale da accettare.

Scopriremo così che dopo cinque minuti che spingiamo sui pedali avremo sviluppato il calore necessario per scaldare il nostro corpo e che, al contrario la pedalata lenta in estate fa sviluppare la giusta aria senza troppa fatica, come fossimo raggiunti da un enorme ventilatore naturale.

 

Non uso la bici perché. Resistenza n.3: Non mi sento sicuro, ho paura
Chi molto pratica molto impara

Al di là della saggezza di questo vecchio proverbio toscano, non dimentichiamoci che la città è una giungla e non avendo le Fahrradstrassen tedesche o le Bike Highways danesi, ci dobbiamo destreggiare tra piste ciclabili che finiscono nel nulla, strade a più corsie dove il traffico corre veloce o vie strette dove il ciclista viene considerato un corpo estraneo. Per i ciclisti urbani, il passo successivo è senz’altro quello di osare, mettendo in atto tutti gli accorgimenti necessari a preservare la propria incolumità, accorgimenti che ovviamente non ci esimono dal rispetto del codice della strada.

Regola primaria, in ogni occasione, anche quando abbiamo la precedenza, è assicurarsi il contatto visivo con l’automobilista, agli incroci, nelle rotatorie, nel percorrere una pista ciclabile all’altezza delle intersezioni con strade e passi carrai. Bisogna saper prevedere la mossa che farà l’automobilista: se sentiamo alle nostre spalle il rombo del motore e la strada è stretta, è preferibile non stare troppo attaccati al ciglio del marciapiede, in questo modo verremo sorpassati solo quando si sentiranno sicuri di poterlo fare, senza rischiare di sfiorarci.

Attenzione agli angoli ciechi nel momento in cui sorpassiamo a destra un carro-articolato o un tram ed ai binari di questi ultimi che vanno superati in diagonale, con un angolo di almeno 60 gradi.  Laddove non ci sono, creare le nostre “case avanzate” agli incroci semaforici, situandoci un paio di metri avanti alle macchine in coda.  Impariamo a segnalare in anticipo il nostro senso di marcia alzando il braccio nella direzione che vogliamo prendere e facciamo attenzione agli sportelli dei veicoli parcheggiati che potrebbero aprirsi all’improvviso. Quando piove le nostre ruote possono imbattersi in elementi scivolosi come pietre e foglie. Rendersi visibili, oltre che obbligatorio, è un’altra regola salva vita.

Perché vai al lavoro in bici?

Alcune interviste e un piccolo cortometraggio raccontano le motivazioni di chi scegli e di usare la bicicletta per i suoi spostamenti quotidiani

Quando ero un ragazzino mio padre prendeva la bicicletta e salutava mia madre con il classico “a vagh a Modna”, che usavano i modenesi residenti fuori da quella che una volta era la cerchia della mura, quando andavano in centro. Seguivo mia madre con la mia biciclettina blu quando andava a fare la spesa al mercato, l’Albinelli, dove c’era uno dei tanti depositi custoditi; sono andato a scuola con la ciclo e a zonzo con gli amici, spingendomi spesso fuori città. Usare la bicicletta era normale, molti l’usavano tutti i giorni,  ma poi qualcosa è cambiato. Forse abbiamo creduto di essere più ricchi e che l’automobile fosse più comoda. Sicuro è che le auto hanno letteralmente intasato la città, ammorbandone l’aria e deturpando molte belle vie e piazze del centro trasformandole in parcheggi. A vent’anni da casa mia arrivavo sotto alla Ghirlandina in 10 minuti a piedi, questo per dare un’idea delle dimensioni della città.

Certamente negli anni Modena è cresciuta, nuovi quartieri residenziali e nuove zone produttive e commerciali. Rimane però vero, almeno per i residenti in città, che difficilmente le distanze percorse per andare al lavoro superano i 5 o 6 chilometri. La morfologia pianeggiante e le dimensioni compatte fanno di Modena un luogo che sarebbe ideale per l’uso della bicicletta.

Così mi sono preso la briga di cercare, con l’aiuto di amici e conoscenti, alcune persone con cui fare due chiacchiere riguardanti soprattutto il loro andare al lavoro in bicicletta, chiacchiere che sono poi state registrate ed inserite in un piccolo cortometraggio.

È emerso che molte delle persone che usano la bicicletta lo fanno perché convinte della maggiore comodità della stessa nei piccoli e medi spostamenti quotidiani in città, qualcuno neppure possiede un automobile perché ha scoperto che non gli serve. È spesso una convinzione acquisita nel tempo, un uso naturale della bicicletta negli anni a partire da quando si era ragazzi o bambini. C’è chi arriva in città in treno, con una bici pieghevole, per poi proseguire. C’è che lascia la bici in deposito, usandola per gli spostamenti cittadini una volta lasciata l’auto in un parcheggio. C’è chi usa la bicicletta perché ha solo quella. Magari una di quelle donne straniere che hanno imparato ad usarla qui, creandosi un briciolo di indipendenza. Qualcuno con la bicicletta ci va ovunque, portandosela dietro in  treno, negli spostamenti verso altre città. Ci sono quelli che vengono addirittura da fuori Modena, magari non tutti i giorni, così hanno scoperto che ci vuole meno tempo. Una famiglia con tre bimbi ha perfino scelto di vendere l’auto per muoversi esclusivamente con una cargo bike.

Molti apprezzano il poter godere del cambio delle stagioni e del variare del tempo atmosferico.

Parecchi mi hanno raccontato che con l’uso della bici si sentono meglio fisicamente, sono meno stressati dal traffico, meno costretti, più liberi ed arrivano a destinazione più tranquilli, ottimisti e sereni. Certi mi hanno fatto notare che in bicicletta viene naturale pensare.

Ho conosciuto chi della bici fa un mezzo di lavoro. Corrieri in bicicletta che fanno consegne in città, compresa la spesa a domicilio. C’è chi, facendo l’agente di commercio ed avendo clienti in centro storico, trova naturale andarli a trovare in bicicletta.

Ho incontrato anche chi costruisce bici da trasporto e mi ha raccontato come è cominciata: volendo un mezzo pratico per portare a spasso la sua bimba, ha pensato di costruirsene una e non ha più smesso, facendone una professione.

Eugenio Carretti

Il progetto Bike to work a Modena

Finanziato dal Ministero dell’Ambiente, il progetto mira a promuovere una mobilità sostenibile nei percorsi casa-scuola, casa-lavoro

Il 22 settembre scorso FIAB Onlus ha organizzato la Quarta giornata nazionale dedicata al Bike to work. In questa occasione sono stati invitati dipendenti di aziende, commercianti, amministratori pubblici e studenti a usare la bicicletta per raggiungere il posto di lavoro, nella speranza che diventi una salutare abitudine quotidiana.

Le nostre città hanno bisogno di mobilità intelligente, pulita e condivisa e usare la bicicletta quotidianamente può renderlo possibile.

Con lo stesso obiettivo, Fiab Modena, ha deciso di partecipare al Progetto di Bike to work promosso dal Comune di Modena, assieme a ARPAE, Azienda USL di Modena, Università Federico II di Napoli, Euromobility di Roma, AESS – Agenzia per l’Energia e lo Sviluppo Sostenibile di Modena, Associazione Città Sane Modena, Wecity srl, Seta SpA.

Il progetto, finanziato con oltre 600.000 Euro dal Ministero dell’Ambiente col “Programma sperimentale nazionale di mobilità sostenibile casa-scuola e casa-lavoro”, permetterà di premiare nei prossimi due anni chi usa la bicicletta con:

  • contributi economici rapportati alle distanze percorse quotidianamente
  • agevolazioni per chi la usa insieme al trasporto  pubblico
  • incentivi economici all’acquisto di biciclette pieghevoli per particolari utenti
  • controlli sanitari periodici
  • calcolo della riduzione proporzionale dell’inquinamento urbano.

Unito al progetto MO.SSA, di cui FIAB è partner, il progetto Bike to work si propone di spingere i lavoratori e le aziende verso una mobilità migliore, ma per facilitare l’uso quotidiano della bicicletta è necessario un altro elemento essenziale: rendere i percorsi ciclistici veloci, diretti e sicuri e garantire il parcheggio protetto dai furti.

Purtroppo, come certifica l’ultimo Piano della mobilità ciclabile del Comune di Modena, su 765 attraversamenti che collegano le piste esistenti, più della metà sono solo pedonali (cioè si deve scendere dalla bicicletta) e solo uno su 25 è ciclabile. Inoltre solo il 2% delle piste sono separate dai veicoli e soprattutto dai pedoni.

Promuovere la ciclabilità è quindi sicuramente utile, ma l’attuale assetto dello spazio pubblico e la mancanza di infrastrutture frenano una mobilità più equilibrata, in città meno inquinate e con lavoratori, studenti e cittadini più felici e più in forma.

Piste ciclabili? Ci vuol altro!

Per rendere più attraenti i percorsi casa-lavoro in bicicletta non bastano le piste ciclabili: occorre ripensare lo spazio delle strade (*)

Alcuni anni fa ero in ufficio, collegato via Skype con una collega di Nuova Delhi; siccome dovevo rincasare per una questione famigliare, le ho chiesto di sospendere e di riprendere più tardi. Scendo, prendo la bici, vado a casa, mi ricollego a Skype e richiamo la collega. Venti minuti dopo.
– Didn’t want you to go home?
– I’m at home
– I can’t believe it

L’idea che nelle nostre città la distanza casa-lavoro sia percorribile nel giro di pochi minuti (da 10 a 30, diciamo) è qualcosa di inconcepibile per un abitante di una metropoli di un paese di nuova industrializzazione. Certo, si dirà, non c’è bisogno di essere di Delhi: anche chi vive a Roma, o chi vive a Milano e lavora in Brianza, o chi vive a Modena e lavora a Scandiano non può sorprendere (e far morire di invidia) i colleghi indiani. Vero. Ma non si può negare che la maggior parte delle nostre città, in cui spesso viviamo e lavoriamo, sono città che si attraversano in un quarto d’ora da una parte all’altra (come diceva Guccini); o poco più.

Perché, allora, continua ad essere così raro lo spostamento in bicicletta per recarsi al lavoro? I motivi sono diversi.

Innanzitutto le città italiane continuano ad essere poco invitanti per chi usa la bicicletta; negli ultimi anni la rete delle ciclabili è senz’altro aumentata, ma queste sono spesso poco collegate tra loro e, soprattutto, essendo fuori dalla sede stradale (accanto al marciapiede o, peggio, sul marciapiede), creano una sorta di ghettizzazione di chi usa la bicicletta. Sulle ciclabili di questo tipo si è spesso costretti a continui stop-and-go, si perdono i diritti di precedenza delle strade corrispondenti e l’asfalto è molte volte degradato. Ecco perché nella maggior parte dei Paesi europei le piste ciclabili sono ora in strada: la bicicletta viene resa visibile e ha la stessa dignità dell’auto.

Ma questo non basta; è necessario andare oltre le piste ciclabili, o meglio, fare altro che piste ciclabili! Si tratta infatti di ripensare lo spazio delle strade, privilegiando le modalità di trasporto sostenibili, quali piedi, biciclette e mezzi pubblici; questo lo si ottiene mediante misure infrastrutturali e regolamentari nemmeno troppo costose. Gli spazi per le auto dovrebbero essere ridotti a una sola corsia; presso i semafori le biciclette dovrebbero avere una linea d’arresto sopravanzata rispetta alle auto e le ciclabili sdoppiarsi per consentire le diverse opzioni (svolta a sinistra, eccetera); il senso unico eccetto bici dovrebbe essere realizzato ogni volta sia possibile; soprattutto si dovrebbe adottare il limite di velocità dei 30 Km/h in tutte le zone residenziali ed implementare altre misure per abbassare la velocità di punta delle auto (una fra tutte: togliere molti segnali di precedenza); la segnaletica stradale dovrebbe essere ripensata, in modo che si rivolga anche a chi usa la bicicletta e i piedi.

Tutto questo non basterebbe a raggiungere i valori di modal split delle città più innovative, ma sarebbe già un grande passo avanti. Ma io uso l’auto perché poi prima porto i figli a scuola, poi vado a fare la spesa… è la motivazione principale per giustificare l’uso dell’automobile. È infatti l’intera struttura della città che deve essere ripensata; le misure descritte più in alto (unite a ad una forte campagna di sensibilizzazione sulle regole del traffico) dovrebbero rendere possibile ad ogni bambino di 8-9 anni di andare a scuola con gli amici; e una città che privilegi i negozi di quartiere invece dei centri commerciali toglie la scusa di dover usare l’auto regolarmente per dover fare gli acquisti giornalieri.

Ma se poi la bici me la fregano? Esiste un ulteriore impulso, che deve partire dai datori di lavoro: la mobilità casa-lavoro in bicicletta deve essere incentivata dal datore di lavoro stesso, mediante innanzitutto la costruzione di parcheggi comodi, sicuri e protetti, e attraverso altre azioni che incentivino l’uso della bicicletta: dalla costruzione di docce (per permettere ai dipendenti di usare la bici e poi cambiarsi) a kit di riparazione, dall’acquisto di biciclette aziendali (oggi esiste anche il leasing), al finanziamento di check-up annuali della bicicletta per i dipendenti più virtuosi. Gli imprenditori più illuminati non fanno questo solo per essere buoni con la Terra: è provato infatti che recarsi al lavoro in bicicletta, evitare gli ingorghi, respirare, ascoltare i suoni della natura rende il lavoratore più contento; e quindi, più efficiente.

Per questo è nato il progetto MO.SSA.
Vedremo nei prossimi anni se iniziative come Bike to work e MO.SSA, unite alla realizzazione di PUMS (Piani urbani per la mobilità sostenibile) innovativi e a maggiori finanziamenti alla mobilità ciclistica, consentiranno di raddoppiare o triplicare la percentuale di persone che usano la bicicletta per recarsi al lavoro.

(*) Andrea Burzacchini, responsabile aMo (agenzia per la mobilità a Modena)