E io pedalo. Donne che hanno voluto la bicicletta

e io pedalo - donne che hanno voluto la bicicletta

e io pedalo – donne che hanno voluto la bicicletta

Sabato 24 settembre a Maranello, nell’ambito delle celebrazioni legate ai 70 anni dal voto alle donne, si è tenuta lo spettacolo teatrale di Donatella Allegro: “E io pedalo. Donne che hanno voluto la bicicletta”, una storia tutta al femminile di emancipazione, amore, libertà e coraggio.

Abbiamo conosciuto Donatella Allegro nel 2012 in occasione dell’interessante progetto dell’ ERT “Il ratto d’Europa”, che ha visto lavorare insieme in un dialogo interattivo gli attori e le varie realtà territoriali modenesi tra cui la FIAB, dialogo che è proseguito con la meravigliosa esperienza di “Carissimi Padri”.

Il sodalizio che è nato tra la nostra associazione e gli attori dei due progetti ha avuto come “mezzo di trasmissione” la bicicletta e ci ha dato l’opportunità di unire la nostra passione per la bici ed il loro amore per il teatro. Pedalando insieme a loro ed alla cittadinanza abbiamo riflettuto, discusso e ci siamo interrogati sulla nostra idea di Europa e sulle origini storiche e culturali della Prima Guerra Mondiale.

Ma la nostra collaborazione con Donatella è proseguita quest’anno nel corso del suo ultimo lavoro “E io pedalo. Donne che hanno voluto la bicicletta“, della quale è regista ( interpreti: Irene Guadagnini ed Eugenia Rofi), spettacolo che ha esordito nel mese di giugno a Sant’Agata Bolognese, per poi replicare durante l’estate a Bologna ed a Modena

Questa volta l'”apporto” della nostra associazione è stato meno concreto e più esperienziale, essendo legato alla pratica, che perdura oramai da diversi anni, di insegnare l’uso della bicicletta alle donne migranti e che è sfociata in un vero e proprio progetto.

Ma veniamo al lavoro teatrale.

È un viaggio insolito, quello cui ci portano le due attrici di scena: la bici è ferma, in riparazione, eppure è come se corresse veloce come il vento, anzi come il tempo che scivola via un decennio dopo l’altro per circa un secolo, le parole si susseguono come pedalate: dure, leggere, allegre, drammatiche, storie di emancipazione al femminile, a cominciare da quella di Alfonsina Strada, che nel 1924 corse il giro d’Italia insieme agli altri uomini, storie spesso dimenticate di staffette partigiane che hanno dato la propria vita per amore della libertà, storie di eccellenza consapevole, come quella dell’atleta olimpionica Antonella Bellutti ed infine storie dei nostri giorni, esperienze moderne dove la bicicletta diventa un mezzo di emancipazione e consapevolezza, un mezzo per volare leggere come farfalle, un mezzo necessario per muoversi in autonomia

Incontriamo Donatella a Modena 20 giorni dopo il debutto dello spettacolo teatrale a Sant’Agata Bolognese per farle alcune domande

1. Sappiamo che il tema dell’emancipazione femminile non ti è nuovo, pensiamo alla ricerca che hai svolto sull’esperienza storica dei Gruppi di Difesa della Donna tra Resistenza ed emancipazione, che è sfociato nello spettacolo “Pane, lavoro e pace”, oppure al lavoro sulla problematica del lavoro e dell’identità femminile di “E sei anche fortunata”; questa volta hai affrontato la tematica da un punto di vista diverso, raccontando di donne cicliste. Cosa ti ha spinto a fare questa ricerca?

Due direzioni diverse. La prima spinta è nata dal voler lavorare sullo sport femminile, avendo letto e ascoltato esperienze che mi avevano fatto rendere conto di quanto lo sport possa rivelarsi un concentrato di discriminazione di genere poco note, poco note perché spesso non le vogliamo vedere. Dico che è un “concentrato” perché lo sport, questo mondo apparentemente pieno di attrattive, ha tutti i problemi dell’emancipazione femminile: basti pensare all’enorme disparità nelle retribuzioni e il non accesso al professionismo. Quest’ultimo è un aspetto prettamente italiano, dato che in Italia il regolamento non prevede che lo sport femminile sia uno sport professionistico – e questa è anche una delle scuse per cui si pagano poco le donne … ma non è l’unica, naturalmente.

spettacolo - e io pedalo

spettacolo – e io pedalo

La seconda spinta nasce dal voler mettere in evidenza sia l’importanza che ha avuto per le donne l’accesso a sport tradizionalmente maschili, sia l’aspetto dell’iconografia dello sportivo, con tutti i suoi riflessi sessisti, o comunque stereotipati, presenti nei media, soprattutto sulle donne ma non solo.

Questi sono i temi che trovavo interessati nell’affrontare le tematiche donne e sport.

Però man mano che leggevo mi sono resa conto che lo sport agonistico era il punto di partenza ma non quello di arrivo, così il mio interesse si è focalizzato sulla bicicletta, che mi è sembrata il caso più interessante ed eclatante.

Poi naturalmente c’è un dato personale: anche per me la bici ha rappresentato una compagna molto importante della mia vita, anche se adesso la frequento meno di quello che vorrei.

Questi due aspetti sono confluiti in uno spettacolo sulla bicicletta come strumento di libertà, per tutti e in ogni parte del mondo, e come strumento di liberazione, nello specifico per le donne e nella storia di quest’ultimo secolo.

2. Alfonsina Strada, le staffette partigiane, Antonella Bellutti e poi le donne migranti, qual’é il filo conduttore del tuo spettacolo?

Potrei dare due risposte. Il primo filo è quello che lega alcuni casi esemplari in cui la bicicletta ha rappresentato uno strumento di emancipazione concreta, non solo nello sport ma anche nel potenziare un ruolo “attivo” della donna nella società.

Le storie che avete citato sono precedute da una specie di prologo molto scherzoso ma di grande importanza: accenniamo, per sketch, a pregiudizi di fine Ottocento-inizi Novecento molto diffusi in Italia, pregiudizi di cui erano oggetto le donne che andavano in bicicletta, con tutte una serie di presunte ricadute paramediche e fisiologiche. Si diceva, ad esempio, che la bicicletta danneggiasse gli organi riproduttivi, portasse malformazioni… inoltre era uno strumento considerato indecente per via della sua (sempre presunta) connotazione erotica. Noi queste cose le diciamo nello spettacolo, mostrando anche il coté ironico della letteratura dell’epoca, che dipingeva queste donne cicliste come strane ed eccentriche – come peraltro erano e come penso si debba essere a volte nella vita se si vuole ottenere qualcosa.

Questo aspetto ci interessa non solo perché racconta la difficoltà del conquistarsi questo strumento ma anche perché evidenzia come le argomentazioni adottate per criticare una qualsiasi conquista femminile siano sempre le stesse, ossia spiegazioni pseudo-scientifiche, pseudo-naturalistiche, fondamentalmente di controllo del corpo femminile, come quelle che contestavano l’accesso delle donne alla Magistratura poiché le si considerava “umorali”.

Dovremmo anche aver superato il concetto di natura come una sorta di entità divina e quindi immutabile; ma in realtà ancora oggi ci vengono date spiegazioni di questo tipo: dobbiamo tenerlo presente e dobbiamo non farci mai bloccare da queste argomentazioni.

corso donne straniere

corso donne straniere

Il secondo, possibile, filo conduttore è interno, ed è ben rappresentato dall’ultima di queste storie, vale a dire quella delle donne straniere che oggi imparano ad andare in bicicletta. Io mi sono basata sull’esperienza della FIAB di Modena, non solo perché ero venuta a conoscenza di questa attività, ma anche perché volevo essere molto concreta, molto specifica, volevo dire i loro nomi, quello che fanno quotidianamente nella vita, le cose pratiche che vengono fatte e come vengono fatte, così da poter pensare di farlo noi stessi.

Le storie delle donne che ho intervistato rappresentano da sole una miniatura di tutto lo spettacolo, che a sua volta è la miniatura di uno spaccato molto più grande. Queste storie ci fanno (ri)scoprire che andare in bicicletta può essere divertente, utile, comodo, economico, relativamente facile e che rende indipendenti. Le donne mi raccontano che da quando hanno la bici possono andare in giro da sole, non devono chiedere a qualcuno di accompagnarle; cosa che vale anche per noi, se ci pensiamo: per me la bici è stato lo strumento che mi ha permesso, finalmente, di uscire, la macchina non ce l’avevo, il motorino non ce l’avevo, l’autobus c’era fino all’una di notte …

Sono gli stessi elementi che tengono insieme tutte le storie dello spettacolo: in modo diverso, sono storie di professionismo, di lotta politica e di partecipazione civile.

3. Veniamo alla nostra precipua esperienza, quella del corso per insegnare alla donne straniere ad andare in bicicletta e all’incontro con le donne migranti: raccontaci come è andata e quali sono state le tue riflessioni , umori, reazioni…

L’esperienza è stata molto intensa. Quando ho sentito parlare di questo corso non ho pensato, come quando ho letto i diversi libri, “adesso guardo e vedo se è interessante”, ho pensato “è proprio ciò di cui voglio parlare”. Ho incontrato la Fiab di Modena, che mi ha spiegato il progetto e mi ha dato alcune informazioni che mi sono servite per lo spettacolo e mi ha infine indirizzata alla Casa delle Donne Migranti, frequentata da molte delle donne straniere che seguono i loro corsi.

Qui ho trovato una grande disponibilità, Edith mi ha messo in contatto con alcune di loro e le ho intervistate. Avevano una grande voglia di raccontare e mi hanno raccontato storie molto diverse tra loro; le ho registrate, ma mi hanno chiesto di non fare ascoltare in pubblico le loro voci. Quando le ho riascoltate a casa, da sola, mi sono molto emozionata.

corso donne straniere

corso donne straniere

Cosa ho imparato? Un sacco di cose. Più domande che risposte. Innanzitutto, sono tutte storie diverse, dato che ogni paese di provenienza ha una cultura differente, ma, come da noi, è diverso anche se si viene dalla città o da un paese. Ho notato da alcune di loro la bicicletta non era stata presa in considerazione per molto tempo, a volte per paure, altre per pregiudizi o divieti espliciti.

È interessante perché se si facesse un serio discorso di coscienza femminile si vedrebbe che il crinale fra queste due cose è molto sottile, perché una proibizione, a meno che non sia sanzionata con una punizione corporale immediata, molto spesso crea in noi una auto-moderazione, una auto-repressione che fa in modo che in questa cosa non ci buttiamo. Cito un caso molto chiaro: Edith mi ha raccontato che ha imparato ad andare in bicicletta a 28 anni, dopo che si era separata dal marito. Nonostante lui stesso avesse cercato di insegnarle, lei non era riuscita a imparare: solo dopo la separazione, che corrispondeva ad una presa di coscienza, c’è riuscita.

Così anche un’altra donna che ho intervistato, di origine albanese, racconta che a lei non era proibito andare in bicicletta, ma aveva molta paura; quando si è separata, ha fatto un percorso particolare, si è liberata di una famiglia molto oppressiva e ha iniziato a concedersi delle cose come andare in giro da sola, ed è per questo che ha imparato ad andare in bici.

Poi mi ha colpito molto la storia di Rima, di origine marocchina che, con un entusiasmo debordante, mi ha raccontato che adesso lei va ad aiutare al corso, e lo racconta come qualcosa che le riempie la vita. Mi ha detto mille volte “perché io salgo nella bici, giro e sono felice”, e vorrebbe che lo fossero anche le altre. In questa storia appare chiaramente il valore del passaggio di testimone tra donne, la trasmissione di un sapere, anche molto pratico, e di una presa di coscienza.

4. Dopo aver visto “E io pedalo” ti abbiamo coniato con una definizione che compendia due concetti : quella di direttrice e quella , più ludica, di ciclista, ti calza questa definizione? Quanto la senti tua? In particolare ti chiediamo se e come quest’esperienza ha cambiato il tuo approccio alla bicicletta e alla mobilità nel contesto urbano in cui vivi?

Oddio, “direttrice” mi fa un po’ paura però diciamo di sì… nel senso che si suppone che un regista diriga. Ma fino a un certo punto; diciamo che propone una direzione, poi, se funziona, qualcuno segue.

Ciclista? Come la donna del mio spettacolo sono una di quelle che in inverno non va in bicicletta, perché ho le borse, con la giacca mi suda la schiena… Insomma sono una di città, specie adesso che ho la macchina. Insomma, sono una ciclista poco attiva, ma sinceramente debitrice alla bicicletta. Tra i tanti episodi, ne cito uno. Al tempo del liceo la bici faceva da buchetta della posta: avevo un’amica che andava già all’università, mentre io frequentavo ancora il liceo, i cellulari non c’erano ancora e lei mi lasciava i bigliettini sulla bici.

spettacolo - e io pedalo

spettacolo – e io pedalo

Mi avete chiesto se lo spettacolo ha cambiato il mio approccio alla bici. In parte sì, perché mi sono resa conto che vorrei usarla di più, per sentirmi un po’ più libera. Io appartengo a quella fetta di popolazione che vive in macchina con l’auricolare del telefono nelle orecchie; tuttavia, facendo questa ricerca, leggendo tanti testi sulla bicicletta, sentendo tante esperienze, mi sono detta che un cambiamento ci vuole e che non è più procrastinabile. Il mondo non ci concede questi tempi, lo dice Antonella Bellutti in una sua intervista che cito nel testo. I ciclisti, afferma, sono personaggi scomodi perché danno un tempo che non è quello della città e del resto del mondo; si inseriscono con la loro leggerezza e con i loro ritmi diversi – che non sono necessariamente più lenti perché in città sono anzi più rapidi – in un mondo fatto modo differente. Essere scomodi però è importante, per non essere totalmente travolti da cose che non abbiamo scelto. Ma anche da quelle che abbiamo scelto.

Dunque sì, personalmente mi sento un po’ cambiata e spero che lo spettacolo faccia qualcosa in questo senso. Un’amica, che non si occupa né di teatro, né di bici, mi ha raccontato che dopo il debutto a Sant’Agata ha sentito un gruppo di signore dibattere su chi ancora andava in bici, chi non c’era mai andata, etc. I dibattiti nascono sempre dopo gli spettacoli e ho pensato “ecco era proprio quello che volevo”.

Si parte! ‘Donne in bici’ alla V edizione

donne in bici

donne in bici

Anche quest’anno, si parte: le volontarie Fiab prendono le vecchie grazielle, tolgono i pedali e le offrono alle donne straniere. Sono di diversa nazionalità, età, religione, costituzione fisica, sposate e non, con figli e non, con il velo e non. Sono diverse ma rese uguali dall’essere donne, sostenute tutte dall’entusiasmo, dalla caparbietà, dalla resistenza.

Per ora non vanno lontano: dopo alcuni giorni le più brave riescono a fare il giro del parcheggio dove si esercitano. D’altronde, alcune di loro prendono la bicicletta per la prima volta e devono familiarizzare con il mezzo, sostenute dalle volontarie che fanno “le ruotine”. Quando se la sentono, iniziano a pedalare da sole. Quello è il momento magico per tutti.

Sono ormai cinque anni che la Fiab di Modena propone ‘Donne in bici’ alle nuove “cittadine” straniere di Modena, con il patrocino del Comune e la collaborazione di ARCI, Casa delle Donne, UISP e Centro Territoriale Permanente.

L’associazione organizza due corsi l’anno, in primavera ed in autunno, articolato in sei lezioni, in cui la teoria si fonde con la pratica, finalizzate ad evidenziare l’importanza delle luci, del giubbotto catarifrangente, del campanello, dei freni efficienti, dei cartelli stradali. L’ultimo giorno vengono guidate in un’escursione nel traffico vero sulle strade cittadine. È il battesimo delle neo-cicliste.

Ad ogni corso partecipano circa dieci “allieve” supportate da altrettante volontarie, a volte ex allieve. In effetti, condividere, partecipare e accogliere sono le parole chiave di questa originale esperienza, perché per tutte le donne, allieve e volontarie, la bici spalleggia, fiancheggia e sostiene nella quotidianità.

Gabriella Tritta
Fiab Modena

articolo 10 aprile 2016

articolo 10 aprile 2016

I DIVERSI COLORI DELLA MOBILITA’ SOSTENIBILE: corso per insegnare alle donne straniere ad andare in bicicletta

I DIVERSI COLORI DELLA MOBILITA’ SOSTENIBILE: corso per insegnare alle donnrossella-donne-stranieree straniere ad andare in bicicletta

La Fiab parte con un nuovo corso per insegnare alle donne straniere l’uso della bicicletta: i corsi si terranno il martedi ed il giovedi a partire dal 29 marzo fino al 14 aprile presso la sede Arci di Via IV Novembre 40 Modena dalle h. 18 alle h. 19,15

Anche quest’anno, grazie all’aiuto ed alla disponibilità dell’Arci e della Uisp che ci concedono di essere presenti in un luogo protetto e di lasciare in deposito le biciclette che utilizzeremo per il corso, cercheremo di dare delle risposte al bisogno di autonomia di 9 donne di varia nazionalità.

Collaborano con noi tante volontarie e l’associazione Casa della Donna contro la Violenza.

Siamo dunque pronte per questa nuova avventura!!

CALENDARIO

  • Martedi 29/03/2016 – sede Arci – Dalle 18 alle 19,30
  • giovedi 31.3.2016 – sede Arci – Dalle 18 alle 19,30
  • martedi 05.04.2016 – sede Arci – Dalle 18 alle 19,30 – lezione teorica
  • giovedì 07.04.2016 – sede Arci – Dalle 18 alle 19,30
  • martedi 12.04.2016 – sede Arci – Dalle 18 alle 19,30
  • giovedi 14.04.2016 – sede Arci – Dalle 18 alle 19,30

Per Informazioni telefonare a Luana 3384882782 – Gabriella 3332897771 – Diana 3474506510

Venire con scarpe basse e vestiti comodi – Le biciclette le forniamo noi

«L’uso della bicicletta è stato fondamentale

per l’emancipazione della donna

più di qualunque altra cosa al mondo»

SUSAN B. ANTHONY, 1896

corso donne

corso donne

Quando la bici «libera» le donne

rossella-donne-straniereFra le numerose attività realizzare dalla Fiab ci sono anche alcuni corsi per insegnare l’uso della bicicletta alle donne. L’iniziativa potrebbe far sorridere chi vive in una città dove la due ruote fa parte del paesaggio urbano da 150 anni.

In realtà, merita molta attenzione: infatti le donne che partecipano ai corsi sono perlopiù migranti e provengono da tutto il mondo. Per loro la bici assume davvero un valore di «liberazione», inimmaginabile per un modenese: grazie alla ciclo infatti possono accompagnare i bambini a scuola, fare la spesa, recarsi al lavoro senza dover dipendere dagli uomini o farsi carico dell’acquisto di una costosa (e inquinante) automobile. Nessuno meglio di queste donne sa che la bici è tanto più preziosa in quanto non solo favorisce gli spostamenti stradali, ma anche quelli mentali e psicologici, ampliando la sfera di vita a tutta la città. In realtà, sulle due ruote corre una parte della loro libertà.

Il corso è particolarmente gradito alle interessate: nel 2015 è già il secondo che viene organizzato. Negli ultimi tre anni, si contano almeno 60 partecipanti, «laureate» in ciclomobilità. Per rendere possibile queste attività, la Fiab ha costituito un gruppo di donne volontarie e ha raccolto le biciclette adatte. Il corso è gratuito e prevede 6 incontri (24.9 – 29.9 – 1.10 – 6.10 – 8.10 – 13.10), fra le 18 e le 19.30, in un piazzale presso la sede dell’Arci (Modena, Via IV Novembre 40/L).

L’iniziativa è resa possibile da una rete di collaborazioni ormai collaudate da anni: l’Arci, la Uisp, il Centro Territoriale Permanente, la Casa della Donna, associazioni della Casa della Pace.

Un ruolo speciale è svolto dalle volontarie, non solo della Fiab ma anche di altre associazioni. Peraltro, quest’anno sono state coinvolte anche ex allieve, ormai divenute esperte, che offrono il loro aiuto per realizzare il progetto.

Giuseppe Marano
www.modenainbici.it

I diversi colori della mobilità sostenibile: Corso Autunnale per insegnare l’uso della bicicletta

rossella-donne-straniereI diversi colori della mobilità sostenibile: Corso Autunnale per insegnare l’uso della bicicletta

dal 24 settembre al  13 ottobre

A partire dal prossimo giovedi 24 settembre la Fiab riparte con il nuovo corso per insegnare alle donne straniere l’uso della bicicletta. Negli ultimi anni la nostra associazione é riuscita ad organizzare cicli di incontri con cadenza semestarle, raccogliendo ogni volta le istanze di circa 8/10 donne di varia nazionalità.

Il corso autunnale 2015 ha raccolto le adesioni di 12 aspiranti allieve e si svolgerà, come oramai da tre anni a questa parte, grazie alla collaborazione dell’Arci di Modena e della Uisp che hanno messo a disposizione gli spazi ed i locali per poter svolgere il corso. La presenza delle donne é assicurata , oltre che dalla mediazione del Centro Territoriale Permanente, da quella della Casa della Donna, quest’ultima mettendo a disposizione anche delle volontarie in ausilio a quelle della nostra associazione.

Ed é proprio la presenza entusiasta delle volontarie che merita un accenno particolare, perchè soprattutto quest’anno le nostre volontarie “storiche” si sono viste affiancate da altrettanto entusiaste volontarie provenienti da altre associazioni aderenti alla Casa della Pace e dalle nostre “ex allieve” che offrono il loro riconoscente aiuto, mettendo a disposizione un po’ del loro tempo e permettendoci in questo modo di poter realizzare appieno il nostro progetto.

Giornate ed Orari del corso:

24/9 – 29/9 – 1/10 – 6/10 – 8/10 – 13/10 – dalle 18 alle 19.30 presso sede Arci Modena