La volata di Calò è un romanzo sulla vita di Calogero Montante, che si incontrerà con quella di Camilleri nel 1943, nella Sicilia che conosce da vicino le devastazioni della guerra dopo lo sbarco degli anglo-americani. L'incontro tra i due personaggi in realtà non avverrà mai, ma un oggetto collegherà le loro vite: una bicicletta "Montante".
La storia di Calò comincia proprio a Serradifalco, dove nasce nel 1908, in una Sicilia dove l'unica via di scampo è la fuga “all'America”. Ma il piccolo Calò è fortunato: è nato in una famiglia benestante di proprietari terrieri e cresce nell'officina di fabbro di suo zio dove giunge l'eco dei grandi protagonisti dei primi giri d’Italia: Binda, Guerra, Girardengo.
Fin da allora Calò penserà di costruire con le sue mani una bicicletta tutta sua, la prima bici “Montante”. Nel 1926 Calò impianta a Serradifalco la sua fabbrica di biciclette da corsa.
Racconta Calò: “Le strade non erano come adesso, il fondo era in terra battuta, sterrato, con il rischio sempre di bucare e cadere. A volte rimanevamo fuori per giorni, portando con noi solo il necessario: una mantellina per la pioggia, un ricambio di scarpe e la biancheria. Per mangiare ci portavamo del pane e la frutta che trovavamo nei campi, i fichi d’India… Dormivamo sotto le stelle, abbracciati alla nostra bicicletta».
Inizia così la lunga volata di Calò come imprenditore, una figura a suo modo eroica, per non aver cercato, in quegli anni difficili, complicità con la mafia.
Una corsa verso la libertà, di Andrea Camilleri (prefazione alla biografia di Calò).
In quell'estate del '43, mentre Calò combatte sul fronte iugoslavo, Camilleri diciassettenne, riparato con la famiglia per sfuggire ai bombardamenti nella campagna di Serradifalco, da due settimane non ha più notizie del padre, funzionario di dogana, rimasto a Porto Empedocle. Camilleri decide di fare una volata a Porto Empedocle per sincerarsi della sorte del padre e, con la bicicletta Montante, datagli in prestito dalla zia Concettina, assieme ad un suo cugino, anche lui privo di notizie della sua famiglia, inizia la sua avventura ciclistica.
Le strade attraversate dai due giovani sono tutte buche ridotte a un tappeto di macerie e schegge sulle quali la bicicletta di Alfredo non fa che forare le gomme. Ma la bici di Camilleri sembra indistruttibile.
“ ...la mia bicicletta procedeva imperterrita, salda, forte, non subiva forature, la catena rimaneva sempre ben ferma al suo posto, i raggi nelle cadute non si rompevano, il manubrio non si piegava di un millimetro, una vera meraviglia. Ripresi, da solo, il mio viaggio. E ogni tanto le parlavo, alla bicicletta, carezzandole la canna come se fosse la criniera di un cavallo”.
Il panorama che si presenta al ragazzo è terribile: boschi interamente bruciati ed anneriti, il corpo di un carrista italiano riverso sulla torretta del suo carro armato e vicino un pacchetto di lettere che Camilleri pietosamente raccoglie per restituirle alla famiglia del morto. Tutt'intorno cadaveri: un odore terribile reso più acuto dal caldo insopportabile di quel mese di luglio.
Arrivato finalmente a Porto Empedocle, trova il padre vivo… “La mia splendida bicicletta non forò nemmeno al ritorno. Fedele, resistente, gli unici segni che aveva addosso del non facile viaggio erano costituiti da piccole screpolature nella vernice nera che la ricopriva. La riconsegnai, orgoglioso, a zia Concettina che, nel prestarmela, era convinta che non l’avrebbe più rivista”.