ARTEBICI: ZURBARAN, Perdersi in un bicchier d’acqua

zurbaran - ferrara

zurbaran – ferrara

Mirella Tassoni

Zurbaran, chi era costui? Confesso che, prima della mostra di Ferrara, non sapevo di questo pittore spagnolo molto più di quello che don Abbondio sapeva di Carneade. Poi ti documenti un po’: il “siglo de oro”, il 600, era il suo tempo; “Caravaggio spagnolo” la definizione più usata della sua opera.

In effetti la ricerca sulla luce è una delle caratteristiche più forti dei suoi quadri, ma – più che fermarmi alle etichette – racconterò alcune impressioni sulle immagini che più mi hanno colpito. Sicuramente san Francesco, un ritratto che – pur essendo prevalentemente impastato di colori scuri ed esposto in una stanza quasi buia – in qualche modo la illumina, e basta un paio di grosse pennellate chiare a fare luce. E poi le sante vestite come principesse, con i loro broccati, i pizzi e i ricami. E ancora l’agnello sacrificale, che suscita pietà forse proprio perché è un agnello prima che un simbolo, un animale che non ha scelto la sua sorte. Mi ha poi intenerito la madonna bambina assopita, nel suo abito rosso, con il libro che forse sta per caderle dalle mani: resta nel cuore quel misto di infantile dolcezza e di luce mistica.

Ma l’immagine più nitida, quella che torno indietro a rivedere con calma, finito il tour guidato, quella in cui alla fine un po’ mi perdo, è un piccolo quadretto con una natura morta, sicuramente pieno di simboli (la purezza, la caducità…) ma anche sorprendente nella sua essenziale modernità: un piatto di metallo, una rosa, un bicchiere d’acqua che vorresti bere.

Sulle strade dell’eroica alle ruote di Pavel

Anche noi sul tracciato dell’Eroica!
Mariagrazia Canovi

L’Eroica è una manifestazione che si svolge abitualmente la prima domenica di ottobre in provincia di Siena ed ha la particolarità di rievocare il ciclismo di un tempo su strade in buona parte sterrate e utilizzando biciclette d’epoca. Il nostro programma è quello di percorrere i circa 200 km dell’intero tracciato in 3 giorni.

Il meteo non è incoraggiante, ma siamo fiduciosi e ritrovo è all’Agriturismo Podere San Paolo località Pianella, Castelnuovo Berardenga. Dopo i convenevoli e la sistemazione nelle camere, si parte in direzione di Radda e poi Gaiole in Chianti. Il paesaggio è rilassante, un susseguirsi di verdi colline punteggiate di vigneti e uliveti e attraversate dalle famose e sinuose strade bianche. Facciamo sosta al castello di Brolio, dove possiamo ammirare il paesaggio illuminato da una luce particolarmente bella, già rosata dal tramonto di un pomeriggio inaspettatamente soleggiato. L’ottima ribollita e il cinghiale per cena ci rifocilla adeguatamente, perché domani ci aspetta il percorso più impegnativo e le previsioni danno pioggia.

Si parte verso Siena fino a sfiorarla e intravedere la torre del Mangia in piazza del Campo per poi dirigersi a sud verso Radi dove incontriamo la pioggia che ci costringe ad una fermata, ma fortunatamente non dura a lungo. La possibilità di tagliare il giro viene eroicamente esclusa e ripartiamo verso Vescovado, poi il tracciato risale verso Asciano, famoso per il suo pecorino. I chilometri cominciano a sentirsi sulle gambe, ma il paesaggio che cambia, trasformandosi nelle famose crete senesi, distrae dalla fatica e conquistiamo anche Castelnuovo Berardenga. Ormai ci sentiamo vicini all’arrivo e ci concediamo una sosta per gustare i piccoli grappoli di uva lasciati dall’avvenuta vendemmia. La cena e la compagnia sono ottimi e dopo rimaniamo a lungo nell’accogliente sala da pranzo a chiacchierare e a raccontarci di noi, vecchi amici, anche chi si è conosciuto ieri. Miracoli della bici e della fatica comune.

La domenica mattina spostamento in auto a Buonconvento, magnifica cittadina cintata di mura, uno dei borghi più belli d’Italia. Si pedale verso Castiglione del Bosco per arrivare a Montalcino, patria del famosissimo Brunello, situata nella Val d’Orcia su un’altura di oltre 500 metri, dai quali si gode la vista incantevole di vigneti a perdita d’occhio. Dopo uno spuntino, si riparte con tempi stretti; discesa dopo discesa, salita dopo salita arriviamo a Lucignano d’Asso che ha saputo conservare non solo l’aspetto, ma anche l’atmosfera di un’epoca passata. Nelle vicinanze la sagoma del monte Amiata, antico vulcano, la cui attività si rivela ancora nelle fonti di acque termali. L’ultima salita vera si trasforma in penultima alcune volte, ma alla fine eccoci a Buonconvento. I saluti, si sa, sono sempre un pochino malinconici, specie se si sono passati bellissimi momenti insieme. Un grazie a tutti e in particolare a Beppe e a Pevel, gli organizzatori, per questa bella esperienza!

prime salite

prime salite

si ride con pevel

si ride con pevel

paesaggio da cartolina

paesaggio da cartolina

un grosso leccio

un grosso leccio

tramonto senese

tramonto senese

si riparte ... cambiata la temperatura!

si riparte … cambiata la temperatura!

la classica segnaletica

la classica segnaletica

cipressi e sterrato

cipressi e sterrato

la dura salita

la dura salita

curve e controcurve

curve e controcurve

anche stavolta un giro fantastico!

anche stavolta un giro fantastico!

LE CASCATE DEL BUCAMANTE: Odina e Tìtiro insieme per sempre

le cascate del bucamante

le cascate del bucamante

di Maria Chiara Marchiò

Un panino mangiato con sana fame dopo la fatica; come frutta fichi appena colti raccolti in un casco (vedi che il casco in bici bisogna sempre averlo?). Le mele, no, si sa che le mele nell’Eden è meglio non mangiarle.

Siamo in un mini- paradiso, le cascate del Bucamante, meta di un giro ad anello di 75 km (Modena- Modena per Ligorzano, Granarolo, Riccò, Puianello): ombra, pozze d’acqua, cascatelle. La leggenda aumenta il fascino naturale: la dama Odina e il pastore Tìtiro, nome virgiliano consono a questo luogo bucolico, si amano. Amore impossibile (“alto” il sentiero di Odina, “basso” quello di Tìtiro) con finale tragico: Giulietta e Romeo nostrani annullando la distanza alto-basso si gettano dalla rupe: sarà per sempre la “buca degli amanti”.

Siamo senza le bici sì, sì, sono in un posto sicuro), per non turbare con diavolerie moderne lo spirito degli amanti che aleggia nel rumore della cascata. Già siamo tanti, chiassosi i nostri colori nel verde severo del bosco! Ci accolgono però ospitali (qui, ci dice l’acqua, è casa loro: portate rispetto), non siamo di quelli che lasciano cartacce.

“Titiro, tu disteso all’ombra di un grande faggio fai risuonare il bosco… con il tuo esile flauto” : madre-natura protegge il pastore-cantore dalle guerre civili che infuriano intorno. Anche noi per un po’ ci siamo ristorati in un sito incantato, via dalle nostre “guerre”quotidiane.

Sintonia: bicicletta, natura

Una lunga preparazione ha preceduto la realizzazione dell’idea che affiorava nella mente degli appassionati della bici: “la FIAB”.
Sabato 7 settembre, dopo tre ore di macchina, abbiamo parcheggiato sulla ghiaia di marmo; già sentivo l’aria pura di montagna che mi riempiva i polmoni.

L’ ambiente era quello, sano e pulito, rocce e sassi ovunque. Non sapevo quanta strada avevamo davanti a noi, ma sapevo solo che sarebbe stata unica.

Dopo una dura faticata su e giù per le montagne che circondano Erbezzo ci siamo fermati a pranzare con un panino nel parco naturale, su grosse lastre di marmo,  che qui abbonda e che l’uomo ha da sempre utilizzato per costruire ogni cosa. Ecco dove abbiamo mangiato: nel bel mezzo della natura.

A fine giornata come previsto siamo arrivati al rifugio con il fiatone e la fatica sulle spalle e le cacche di mucca sui copertoni delle ruote delle nostre bici… eravamo tutti davvero sfiniti, ma anche contenti, di essere riusciti in quella che per me è stata una impresa.

Dopo una deliziosa cena tipicamente montanara, ed una passeggiata a vedere le stelle in cielo, ci siamo coricati sprofondando in un lungo sonno che io volevo non finisse più, ero davvero sfinito…

Per fortuna però la seconda giornata è stata una passeggiata, tutta la salita del primo giorno è stata compensata da una altrettanto lunga discesa immersi tra le montagne e gli alberi, single track o no.  I sassi e la ghiaia c’erano sempre a terra ed è proprio questo che ci si aspetta dalla mountain bike.

Penso proprio che un esperienza così dovrebbero provarla tutti gli amanti della bicicletta…

Lorenzo Spadoni

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dritto avanti

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dura eh emilio

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attento lore!

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lo strano caso dei sassi piatti

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giù a rotta di collo

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in fila indiana

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verso il rifugio

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slurp!

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preoccupato eh?

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lungo il vecchio confine italia austria

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papà felice!

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into the wild

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curve

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pista!

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smile!

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verso il traguardo

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attenzione: tori vaganti …

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stanchi e felici

La Corsica dei cicloturisti – Luglio 2013

Spiaggia Saleccia

Spiaggia Saleccia

di Vittoriana Di Carlo

Siamo partiti in una fresca notte di fine giugno, caricando i nostri bagagli sul furgone e le nostre bici sul carrello, e poi via fino al porto di Livorno, destinazione: Bastia. È iniziata così la nostra vacanza su due ruote, che ci ha dato l’occasione di partecipare alla grande festa dell’arrivo del “Tour de France”.

Abbiamo iniziato a pedalare su dolci saliscendi, lo sguardo si posava sulla vegetazione mediterranea, percorrendo anche la bellissima strada panoramica con magnifiche scogliere a strapiombo.

Ogni giorno abbiamo ammirato una spiaggia diversa e nuotato nelle fresche acque cristalline. Nei giorni a seguire siamo arrivati nella zona più naturale e selvaggia della Corsica: il “desert des Agriates”.

Arrivati al villaggio di Casta, i ciclisti più temerari si sono avventurati sul sentiero che porta ad una delle spiagge più belle della Corsica: la Saleccia, per un percorso sterrato e ripido di 12 chilometri con profondi solchi nel terreno.

Non ci siamo accontentati di ammirare la Corsica su due ruote, così siamo saliti su una barca per visitare la riserva naturale della Standola e Girolata, patrimonio dell’Unesco.

Verso la fine della vacanza è iniziata la tappa più dura a cui nessuno di noi si è potuto sottrarre: le Calanche di Piana, formazioni rocciose di granito rosso.
L’ultima tappa ciclistica si è conclusa ad Ajaccio, era ora di tornare a casa. Sigh!

Facendo il bilancio della vacanza dico che la fortuna ci ha assistito: due sole forature, tempo sereno, senza vento. Ringraziamo Ivan e Cristina che si sono alternati alla guida del furgone.

Eh sì, in questa vacanza non è mancato proprio niente… magari qualche giorno in più.

Il gruppo dei fortunatissimi cicloturisti

Il gruppo dei fortunatissimi cicloturisti

Prima di tornare a scuola: al Vajont con i bambini

Quest’anno avevamo pensato di affrontare qualche salita. Alpi o Prealpi? Si è deciso di conoscere le zone della diga del Vajont, in occasione del cinquantesimo anniversario di quella che è stata reputata una delle più enormi tragedie, causata dall’avidità umana.

1950 persone sono morte, metà delle quali mai identificate tale è stata la furia dell’onda d’acqua che ha investito e completamente distrutto 4 paesi; a Longarone il paese proprio di fonte alla diga, 305 famiglie sono scomparse completamente, di loro nessuno è sopravvissuto. Nonni, genitori e nipoti, fratelli zii, amici e compagni di scuola: tutti i sopravvissuti hanno dovuto cercare i loro cari nel fango e 451 vittime non sono mai state recuperate.

I nostri ragazzi hanno colto subito la violenza dell’evento, da un lato la grandiosità della diga, con i suoi 200 metri di altezza e che nonostante tutto ha resistito, dall’altro le dimensioni gigantesche della frana che si è staccata dal monte vicino e come un grosso sasso è piombata dentro al lago sollevandone tutta l’acqua, riempendolo completamente. Tante le loro domande sulle bandierine colorate agganciate alla staccionata all’ingresso della diga, una per ogni bambino che in quell’occasione ha perso la vita e il monito della guida che ci ha condotto sul percorso mozzafiato, a fare piano, non urlare perché quel posto ancora il cimitero di persone che abitavano le casere sotto Casso e che mai sono state ritrovate.

Il Vajont è un luogo di dolore e di devastazione dell’ambiente, ce ne siamo ben accorti percorrendo la strada che, passando sulla frana, costeggia il lago dietro la diga verso Erto. Guidati dai nostri amici Fiab di Pordenone, Chiara e Giorgio, abbiamo notato la differenza fra l’aspro paesaggio stravolto dalla frana e la dolcezza dei luoghi tipici di montagna, le case in pietra, gli antichi manufatti, i prati stabili delle zone che per fortuna sono rimaste indenni; Erto nuova e Erto vecchia che l’onda lunga ha solamente lambito prima di buttarsi a valle verso Longarone.

Per fortuna Chiara e Giorgio, accompagnatori pazienti (e ciclisti indefessi) il giorno dopo ci hanno portato a visitare la valle scavata dal torrente Cimoliana, patrimonio dell’ Unesco a buon titolo, e i suoi canyon che hanno molto impressionato i ragazzi e Khan, il cane “gregario” del gruppo che di corsa è arrivato fino ai 1200 m del Rifugio Pordenone e di corsa se ne è tornato a valle a Cimolais, mentre noi ciclisti ci godevamo la discesa.

Le alpi Friuliane sono strepitose Giorgio e Chiara, che le conoscono e le frequentano in ogni stagione a piedi, in bici o con le ciaspole, ce le hanno fatte veramente amare e il cuore ci è tornato leggero e siamo ritornati cicloturisti felici in luoghi particolarmente ospitali per chi voglia visitarli in bici, come la ciclabile fra Cimolais e Claut, ma soprattutto la strada che percorre la Forra Cellina.

Si parte dalla diga che origina il Lago di Barcis, simile a quella del Vajont, benché 4 volte più piccola, e si percorre in assoluto silenzio la vecchia strada che portava in pianura, chiusa alle auto e dedicata alle bici, scavata nella roccia a strapiombo sui canyon del torrente Cellina, circa 4 km veramente particolari e suggestivi. Vedendo queste gole strette e il reticolo di torrenti che le scavano ben si intuisce perché tante dighe siano state costruite in questa zona, fino ad arrivare al progetto ”sbagliato” del Vajont,realizzato irresponsabilmente per avidità,nonostante la natura del luogo lo vietasse.

Sicuramente i nostri ragazzi se nel corso del prossimo anno scolastico, verranno interrogati in “diga” saranno preparatissimi e si prenderanno un meritato 10.
Con i ragazzi cerchiamo sempre di organizzare dei momenti di svago, andare in bicicletta è divertente, ma occorre anche lasciarli liberi di giocare, sotto Andreis ad esempio, lungo il torrente Molassa c’è una zona facilmente raggiungibile da Barcis e ricca di aree attrezzate, sempre molto bike-users friendly.

Abbiamo pernottato a Erto, presso l’agriturismo San Martino di Alessandro e Fabiola, e a Barcis, alla casa per Ferie San Giovanni, gestita dalla cooperativa Itaca.

Per la visita in Vajont ( in auto fino a Longarone,poi tutta bici ) ci siamo documentati guardando lo spettacolo “Vajont” di Marco Paolini e leggendo il libro di Lucia Vastano “L’onda Lunga” edito da Ponte delle Grazie. Ma soprattutto abbiamo avuto il preziosissimo aiuto di Giorgio e Chiara, che ringraziamo ancora e che per quattro giorni si sono spesi e messi a nostra disposizione per accompagnare sulle loro amate montagne questo strano gruppo “interfamiliare” di ciclisti modenesi. — presso Diga del Vajont.

la diga vista da longarone

la diga vista da longarone

nella ex sala di comando della diga

nella ex sala di comando della diga

in bici sulla frana del Toc

in bici sulla frana del Toc

verso erto

verso erto

in paese non hanno dimenticato

in paese non hanno dimenticato

il piccolo gruppo

il piccolo gruppo

val cimoliana

val cimoliana

la forra del cellina (ingresso)

la forra del cellina (ingresso)

la forra del cellina (1)

la forra del cellina (1)

la forra del cellina (2)

la forra del cellina (2)

panzanella finale!

panzanella finale!

Con il sughero nei copertoni

Eravamo in tanti quella sera. Nonostante l’afa soffocante eravamo tutti lì, a voler ricordare, a voler commemorare quel 25 luglio di 70 anni fa, quando i soldi non c’erano e si usava il sughero nei copertoni, perchè la bicicletta era il mezzo usuale con il quale ci si spostava.

70 anni fa Mussolini fu arrestato e fu nominato Capo del Governo Badoglio, che avviò le trattative per un armistizio con gli anglo-americani. La gente ovunque si riversò sulle strade in manifestazioni di gioia, si credette allora di essere arrivati al capolinea di quel brutto incubo che era stato il ventennio fascista e la guerra che durava oramai da tre anni .

Purtroppo la storia ci racconta che l’epilogo era ancora di là da venire, ma quel lontano 25 luglio fu una tappa memorabile per la storia del paese, per questo l’Istituto Storico di Modena ha scelto questa data per ripercorrere la memoria storica della nostra città, per ricordare, oggi, che durante gli anni bui di quel lontano ventennio, anni fatti di sopraffazione, di violenza e privazione della libertà personale, c’erano persone, fatti e luoghi che resistevano, che si organizzavano, che si opponevano al fascismo a Modena come in tutta Italia.

Abbiamo così ripercorso quei fatti e quei luoghi, per esempio pedalando fino ai Mulini Nuovi, luogo dove notoriamente, insieme ad altri come Le Paganine , vi erano frange intere di popolazioni che resistevano. Lì ancora si trova la targa che commemora quello che fu il primo congresso del partito comunista clandestino, marzo 1922.

Ma oltre all’antifascismo dei partiti c’era anche un antifascismo sociale, fatto dalla gente comune ,che si ribellava alla sopraffazione, anarchici, sovversivi e socialisti da sempre contrari al regime, per questo non è mancata una sosta davanti alla ex fabbrica della manifatturiera tabacchi, per ricordare le ” paltadore” che erano note per essere delle impavide antifasciste.

In Corso Vittorio Emanuele c’era la sede del partito fascista, piu’ di 1700 furono schedati dal regime, la maggior parte erano operai , muratori, braccianti, un controllo totale che veniva effettuato capillarmente e che spesso sfociava nell’invio del dissidente al confino. Nel 1938 furono proclamate le leggi razziali, per questo non abbiamo potuto non ricordare , tornando in Piazza Grande, l’estremo gesto di protesta messo in atto dall’editore Angelo Fortunato Formiggini, intellettuale illuminato che contrastava il regime a colpi di satira.

La serata si è conclusa nei Giardini Ducali con letture e proiezioni di foto di quel periodo.

Visto il successo ottenuto, la manifestazione si ripeterà domenica 8 settembre: partecipate numerosi!

in piazza grande

in piazza grande

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racconto

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dalla pietra ringadora

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partecipanti

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famiglie

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al ritorno

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c’è ancora la voce

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il plotone compatto

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in notturna

 

“Trasite, favorite” la Calabria in bici – Maggio 2013

Da un aspro monte a una dolce costa

di Raffaella Monti

Come recita la pubblicità della Regione Calabria c’è sempre un buon motivo per vivere la Calabria.
In questo viaggio ho capito perché l’Aspromonte si chiama così, perché certe strade non sono segnate sulla carta, perché alcuni se ne vanno e non vogliono più tornare. Ho visto energie positive, con progetti, idee e aziende che, nonostante tutto e tutti, si muovono. Una luce fievole in fondo a un tunnel.
E poi luoghi, in effetti, indimenticabili: il monastero di San Giovanni, la discesa di Antonimina, il sole che sbuca dalla nuvola sull’Aspromonte e regala caldo e luce, le valli delle fiumare affiancate una all’altra come una scenografia, la costa tra Nicotera e Tropea: il lieto finale che apre il cuore e riempie lo sguardo.
Non ho visto il Santuario di Polsi dove ogni anno in occasione della festa della Madonna i boss della ’Ndrangheta si ritrovano per stringere alleanze, dichiarare guerre e progettare le future strategie criminali.
Poi ho incontrato un gruppo di amici con cui è stato un vero piacere dividere le salite, la cipolla e le merendine ‘salvavita’. La prossima volta sarà il Supramonte?

neve a sorpresa...

 

Riace: la fermata che non c’è

Non potevo partire assieme agli altri, ma non volevo rinunciare al viaggio. Così mi sono fatta più di 1000 km, di notte, in pullman, per raggiungerli a Riace. Ne è valsa la pena? Decisamente sì. Intanto notavo strani particolari: ad esempio, prenotando su Internet il biglietto, la fermata Riace non c’è. Ho scelto quindi quella più vicina ma poi ho imparato, in pullman, che tanti scendevano lì… Che strano! Anche guardando, su Google Maps, questa zona della Calabria, Riace non compare a meno che tu non lo cerchi appositamente.

Il mistero mi intrigava: tutti conoscono Riace, se non altro per i bronzi. E all’estero la conoscono per altri aspetti, non meno importanti: Il sindaco, Mimmo Lucano, ha ricevuto nel 2011 il World Major Award, cioè il premio del miglior sindaco del mondo; il regista Wim Wenders su Riace ha girato un film, il settimanale tedesco Die Zeit ha dedicato al “progetto accoglienza” un lungo articolo… e la fermata non compare!

Non ci sarà una relazione tra questa omissione ed il fatto che a Mimmo hanno avvelenato il cane, che hanno sparato sui muri di una trattoria dove stava mangiando? Ma si sa che sono una dietrologa.

Il paesino è bellissimo, e stava morendo. Tutti se ne andavano, lasciando le case abbandonate al degrado. Nel 1998 una nave di curdi semiassiderati ed affamati approda per uno sbaglio di rotta sulla costa. Mimmo si dà da fare per accoglierli, ospitarli.

Il Progetto accoglienza nasce così: invece di respingere i migranti perché non integrarli, adoperarsi per rendere di nuovo abitabili le case abbandonate, restituire al presente vecchi mestieri destinati a sparire insegnandoli a loro, la ceramica, la tessitura… Abbiamo parlato con giovani donne in fuga da paesi tormentati dalla guerra, che lavorano nei piccoli laboratori, abbiamo visto le stradine colorate da ragazzini dalla pelle diversa, che giocavano insieme. Abbiamo sentito la passione nei racconti di Mimmo, abbiamo respirato a pieni polmoni questa bellissima utopi : rifiutare la guerra tra poveri, vivere insieme nelle diversità, non lasciar morire le tradizioni che sono identità. Ma perché utopia? Perché Mimmo ci è apparso stanco, sfiduciato. E invece non deve morire questo progetto. “Sosteniamolo, magari andando a visitare questo splendido paesino. Fa bene andare lì…”

Chiara Marchiò

santuario

santuario

foto di gruppo

foto di gruppo

in giro per il paese

in giro per il paese

ciclisti nella nebbia

ciclisti nella nebbia

colazione da mimmo

colazione da mimmo

la neve a maggio!

la neve a maggio!

nel bosco

nel bosco

ARGENTARIO E ISOLE DI GIANNUTRI E DEL GIGLIO

argentario e giglio

argentario e giglio

Giovedi 25 aprile è il giorno della liberazione, e anche noi tentiamo di liberarci di alcuni nostri pesi…!

Tutti belli carichi, saltiamo sui nostri pulmini… Evviva, finalmente si parte. Il tragitto scorre veloce, parlando e scherzando e, forse, cercando di pensare a come vivremo questo viaggio insieme a persone nuove. Tutti abbiamo timori personali per la biciclettata, ma siamo curiosi di scoprire qualcosa di più di noi negli scenari immaginati nella nostra mente.

All’arrivo in hotel, riserviamo uno sguardo curioso al mare, che sempre ci apre il cuore e, impazienti, andiamo alla ricerca della nostra bici e… via in sella per raggiungere il Parco della Feniglia. Dentro a una pineta incontaminata, illuminata dai raggi di sole che penetrano nelle radure, luci e sensazioni e piccoli scrosci di risa accompagnano la nostra prima giornata fino a raggiungere il mare che, ancora scuro e mosso, ci riporta a un po’ di stanchezza!

Il giro dell’Argentario, per ognuno di noi, sia per chi lo ha completato che per chi lo ha affrontato solo in parte, ci trasmette bellissime sensazioni e ci mette a dura prova, ma alla fine della giornata siamo pieni di soddisfazione e felici di avere completato ognuno il nostro piccolo traguardo.

Luci, natura, colori, odori e suoni della natura incontaminata dell’isola del Giglio ci ripagano dell’aspettativa “delusa” di trovare sole e luce: un suggestivo cielo scuro che minaccia pioggia ci porta tuttavia ad osservare ammirati i colori della natura, dove viola, rosso e giallo si mescolano come vorremmo che fosse la nostra vita. Il mare ci guarda e, felici di stare insieme, scivolano via questi giorni stupendi.

L’ultima giornata ci porta a dividere i nostri cammini: chi alla volta delle guglie medievali di Capalbio, chi tra gli affascinanti resti del romano insediamento di Cosa, nei pressi di Ansedonia. Il sole ci assiste, illuminando le ombre dei giorni precedenti e facendo brillare il mare e le colline. La pedalata viene degnamente conclusa con una superba polentata all’interno dei bastioni di Capalbio, che ancora emanano la magia di un mondo a noi sconosciuto. Pesce “a gogo” per chi invece è rimasto sulla costa a godersi il mare della Feniglia. Un luogo meraviglioso, dove si fondono i sapori della Maremma: mare, cielo e terra.

Daniela Caselli