Alla scoperta delle antiche vie d’acqua: una pedalata per la ricerca

partenza – vie d’acqua

Alla scoperta delle antiche vie d’acqua: una pedalata per la ricerca

Questa seconda tappa alla scoperta in bici delle antiche vie d’acqua ci ha portato nella pianura a nord di Modena a conoscere il Canale Naviglio o canale delle navi. Questo canale, che oggi ha solo la funzione di deflusso delle acque della città, era infatti un canale navigabile, la via d’acqua del ducato Estense, che collegava Modena con Ferrara e l’Adriatico.

Il Canale Naviglio, per essere navigabile, ha richiesto nei secoli un’opera assidua di manutenzione e la costruzione di manufatti che consentissero di mantenere un livello dell’acqua sufficiente per il transito delle imbarcazioni e un vero e proprio porto fluviale.  Alcuni di questi manufatti si sono conservati e si possono osservare percorrendo la sponda del canale.

Il timore di pedalare con una temperatura elevata è svanito subito; un’aria frizzante ci ha accompagnato per tutta la giornata anche nella terra della Bonifica nonantolana e nell’area del Canal Torbido.

Una gioia per gli occhi sono stati gli immensi campi di grano maturo. E che dire della sosta pranzo nell’area naturalistica del Torrazzuolo? Meravigliosa! Le torte buonissime. Il ricavato del pranzo è stato devoluto all’Associazione A.I.M.E.D.  che sostiene la ricerca sulla distrofia muscolare.

Per non dimenticare. Da Gina a Gabriella: un percorso, due medaglie d’oro.

Sabato 22 aprile abbiamo pedalato lungo strade basse per arrivare nei luoghi del martirio di Gabriella degli Esposti, medaglia d’oro al valor militare, che sacrificò la sua esistenza per amore della libertà. Nonostante avesse due bambine piccole e fosse in attesa di un terzo figlio, trasformò la sua casa in una base della Quarta Zona della Resistenza. Si impegnò nell’organizzazione dei primi gruppi di difesa della donna, scendendo in piazza a Castelfranco per protestare contro la guerra e la scarsità di alimenti.

Era il luglio del 1944, i tempi erano difficili, ma lei non ebbe paura, nè tentennò quando vennero a casa a prelevarla, sotto gli occhi della figlia, per cercare di farla parlare e tradire il marito ed i suoi compagni di lotta. La prelevarono dalla sua cascina il 13 dicembre del 1944 e la trascinarono insieme agli altri nel luogo di prigionia, dove fu barbaramente seviziata e torturata.

Il 17 dicembre fu uccisa e trasportata nel greto del fiume Panaro, a San Cesario,  insieme ad altri 9 compagni. La sua storia , con grande commozione e straordinaria semplicità, abbiamo avuto l’onore di sentirla raccontare dalle parole di Savina Reverberi Catellani, sua figlia, che quel lontano 13 dicembre aveva solo 12 anni. Parole piene di dolore e di amore, verso quella madre che le fu strappata via con odio e violenza e che non vide più dopo quel giorno. Ascoltare dalle sue parole questa terribile tragedia é stata un’esperienza commovente e formativa: é stato un privilegio conoscere questa donna che non si é lesinata nel raccontare questa triste pagina della sua storia personale, che é diventata storia collettiva, che non va perduta nè dimenticata in alcun modo.

Saremmo rimasti ore ed ore ad ascoltare Savina e le parole che fluivano dalle sue labbre, come se non fossero passati 74 anni da quel triste giorno. Altre persone ci attendevano a Castelfranco per aiutarci a ricostruire gli ultimi giorni della sua vita, la tortura all’Ammasso Canapa, l’uccisione sul greto del Panaro,  le pagine del libro di Savina letti dagli allievi delle scuole Spallanzani e Pacinotti,  Cosi abbiamo inforcato le nostre biciclette ed abbiamo continuato il nostro cammino della memoria lungo le tappe designate, fino a giungere a San Cesario.

La giornata é terminata al Bersò delle rose del parco della Resistenza di Modena, per onorare un’altra medaglia d’oro della storia della nostra Resistenza: Gina Borellini, alla cui vita e il prossimo sabato 29 aprile alle h 10, sarà dedicata una stele.

commemorazione gabriella degli esposti

Domenica 9 aprile. Il museo di Ustica. Bologna

Domenica 9 aprile. Il museo di Ustica. Bologna

“Nel mondo vigono solo le Verità non dicibili,
naturalmente scritte con V maiuscola” (P.P. Pasolini)

Sono passati sette anni da quando visitammo per la prima volta il museo della memoria di Ustica, voluto dai familiari delle vittime per commemorare la morte delle 81 persone precipitate nel mare di Ustica in quel lontano 27 giugno 1980, le loro vite intrecciate per sempre in un unico, terribile destino.

L’emozione però è ancora nitida, come fosse ieri e a rinnovare il pathos e la vicinanza con coloro che ancora chiedono a gran voce di fare chiarezza in questa assurda storia di verità celate, di intrighi internazionali ed omertà dei nostri apparati dello stato ci pensa Daria Bonfietti , Presidente dell’associazione Vittime della Strage.

Con pazienza e lucidità ci racconta questi lunghi anni trascorsi a consultare le carte giudiziarie, ad ascoltare e leggere le parole dei politici e dei media di allora, che si sono succedute in questi 37 anni e che per fortuna non sono proprio passati invano. Non sono passati invano perché finalmente si è giunti ad una verità processuale che smentisce le tesi del cedimento strutturale dell’aereo o della bomba posta all’interno della carlinga.

Dal 2013 per esempio si sa che La Corte di Cassazione ha confermato le conclusioni cui giunse nel 1999 il giudice Rosario Priore e cioè che quella sera nei cieli italiani si è combattuta una guerra non dichiarata, si sa ad esempio che aerei militari francesi e americani volarono nei cieli italiani nel tentativo di colpire il colonnello libico Gheddafi, che quella sera si stava recando in un paese dell’Est Europa e che riuscì a sfuggire all’agguato, probabilmente grazie all’intervento dei nostri servizi segreti. Sappiamo oggi, ci ricorda sempre Daria Bonfietti, che una sentenza civile è intervenuta per condannare lo stato a risarcire i familiari delle vittime per non essere stato in grado di garantire la sicurezza nei cieli.

Sappiamo che i francesi ci mentirono, perché una loro nave militare quella sera solcò i nostri mari e la loro base militare in Corsica, contrariamente a quanto dissero in quegli anni, rimase aperta dopo le 17 e che ad oggi, le richieste di chiarimento da parte delle nostre istituzioni al governo d’oltralpe sono rimaste lettera morta. Sappiamo dei processi penali, della prescrizione di alcuni di essi, delle assoluzioni e delle imputazioni di altro tradimento nei confronti di Generali del nostro esercito, ma c‘é un dato che ancora non ci é dato conoscere: chi fu a colpire l’aereo quella sera di mezza estate di 37 anni fa? Di chi fu la responsabilità politica e militare di questo gravissimo atto? Si scriverà mai la parola fine di questa oscura tragedia? La storia delle nostre stragi ci fa dubitare, ma non possiamo e non vogliamo perdere la fiducia, perciò ci aspettiamo che il senso dello stato finalmente prevalga nelle nostre istituzioni.

Entrare dentro il museo della memoria dopo il lungo racconto di Daria Bonfietti fa ancora più effetto: osserviamo i resti dell’aereo che giacciono in terra, una passerella ci permette di perimetrarlo ed osservarlo dall’alto, sembra un grande uccello ferito a morte, gli specchi scuri (81) appesi alle pareti emettono, al nostro passaggio, frasi sussurrate, pensieri comuni, a ricordare che dentro quella enorme sagoma che giace sotto di noi c’erano persone che respiravano, vivevano, gioivano e soffrivano, come tutti noi. In terra, accanto ai resti dell’aereo, giacciono 9 casse scure contenenti gli oggetti possedute dalle vittime, mentre in alto 81 luci che si accendono e si spengono mimano il ritmo di un respiro. La suggestione provocata da Boltanski, l’artista cui fu dato l’incarico dell’allestimento del museo, é enorme.

Si é fatto tardi: é ora di andare, inforchiamo le nostre bici. Alcuni di noi tornano in treno, altri pedaleranno fino a Modena e oltre. Salutiamo a malincuore Daria Bonfietti con la promessa di ritornare. A bruciapelo, quasi a tradimento, le domando del fratello, quanti anni aveva, come si chiamava. Ma non riporterò qui la sua risposta: sono tutti uguali i caduti di questa tragedia.

Luana Marangoni

museo di ustica – bologna

Sulle orme della memoria, a colpi di pedale.

Sul suo profilo facebook si definisce “un lento viaggiatore solitario in bicicletta”, ma da quando ha deciso di partire per Israele, Giovanni la solitudine non l’ha ancora assaggiata….

Autorità amministrative, semplici cittadini, associazioni ed istituzioni lo vogliono incontrare, conoscere ed accompagnare per un breve tratto del suo viaggio. E’ stato cosi’ che domenica scorsa, anche noi della Fiab di Modena abbiamo accolto l’invito dell’Istituto Storico  e della Comunità Ebraica di Modena e siamo andati ad incontrare il nostro amico a Nonantola per poi pedalare insieme a lui fino a Modena ,dove nel primo pomeriggio ci attendeva Federica di Padova per un itinerario nei luoghi della memoria ebraica cittadina. Con lei abbiamo visitato la Sinagoga, e , dopo un breve passaggio nei luoghi simboli della città (piazza Torre, Le Carceri di Sant’Eufemia) abbiamo pedalato ancora fino a Villa Bisbini in località Fossalta che nel periodo post-bellico  fu luogo di accoglienza di giovani donne e uomini in attesa di emigrare verso la Palestina.

Ed é proprio il motivo dell’accoglienza che ha spinto Giovanni Bloisi ad affrontare i 2500 chilometri in bicicletta che da Varano Borghi lo porterà fino a Brindisi, da dove si imbarcherà per la Grecia ed infine per Gerusalemme in aereo. Tra le molteplici mete del suo pedalare in Italia e lungo l’Europa sulla scia della memoria, una di queste in particolare  é rimasta impressa nel suo cuore: la ex colonia fascista di Sciesopoli a Salvino nella Val Seriana  (Bergamo), che accolse nell’immediato dopoguerra 800 orfani ebrei, raccolti in giro per l’Europa tra le macerie dei ghetti , le rovine dei lager o perduti nella foresta a cibarsi di sole radici. Dopo un tentativo di speculazione fallito, la ex colonia  ora é in rovina ed é nato una appello corale per salvarla e trasformarla in luogo della memoria. Giovanni ha fatto suo questo appello corale ed é per questo che ora é in viaggio  fino in Israele, dove  incontrerà alcuni degli ebrei sopravvissuti  accolti a Selvino e sarà ospite nel kibbutz di Tze’lim, costruito proprio da e  per loro.

Per saperne di piu’

https://www.facebook.com/SciesopoliEbraica

 

Fossero così tutti i giorni della mia vita

“Fossero così tutti i giorni della mia vita”

Siamo un gruppo di studenti stranieri del Centro Provinciale di Istruzione Adulta, il CPIA; veniamo da tanti paesi diversi e siamo arrivati in Italia da pochi mesi. Abbiamo iniziato l’anno scolastico con una bellissima gita in bicicletta a Villa Sorra. Eravamo in tanti, ci siamo trovati domenica mattina alle nove e tutti insieme siamo partiti; abbiamo visto i campi con i vigneti, gli alberi di pere e di prugne, i campi arati, le ville…

Dice Nelly che viene dalla Nigeria: ”Io non ero mai andato così lontano con la bici, non avevo mai fatto una vera gita! Che bello il viale alberato che porta alla villa”

Quando siamo arrivati a villa Sorra, c’era una bravissima guida di nome Giorgio che ci ha spiegato tutta la storia della villa e dello splendido giardino.

“Nel mio paese – dice Safiatou – non ci sono dei giardini così meravigliosi. Io ne sono rimasta incantata.”

Poi abbiamo anche mangiato l’ottimo pane prodotto con la farina del grano di villa Sorra, un pane davvero speciale!

Tutti sono stati gentilissimi con noi: i responsabili della FIAB, che ci hanno organizzato e ci hanno accompagnato lungo il percorso, la guida del Museo, il signor Fabio che ha imprestato le bici a chi non le aveva, e le ha pure riportate indietro, gli insegnanti, che ci hanno pure offerto il gelato.

E’ stato bello anche vedere i vecchi attrezzi agricoli e i vecchi trattori che per partire hanno bisogno del fuoco; abbiamo visto degli aratri antichi, che nei nostri paesi vengono ancor oggi utilizzati e trainati dai buoi o dai somari.

E’ per tutti questi motivi che il nostro compagno Giulio, che è un po’ italiano e un po’ ghanese, quando siamo tornati ha esclamato: “Fossero così tutte le giornate della mia vita!”

Grazie a tutti! Gli studenti del CPIA di Modena

studenti stranieri a villa sorra

studenti stranieri a villa sorra

Lungo le antiche vie d’acqua con AidMed

 

Alla scoperta delle antiche vie d’acqua

Viviamo in una grande pianura ricca di fiumi; da tempi antichissimi l’ opera dell’ uomo ha dovuto e saputo utilizzare al meglio il preziosissimo dono dell’ acqua, canalizzandola, controllandola, e rendendo fertile e vivibile il nostro territorio. Nel nostro percorso gli operatori della Bonifica Burana ci hanno raccontato dei canali che anticamente percorrevano a cielo aperto la nostra città, e ci hanno fatto constatare che l’ intervento umano per monitorare e gestire il flusso dell’ acqua è tuttora presente, ed indispensabile : se ne occupa appunto il Consorzio della Bonifica Burana, che opera sul territorio di 3 regioni, 5 province e 55 comuni.

Quanti di noi soci Fiab sapevano a cosa realmente servisse questo ente? Scommetto su pochi. Bene, abbiamo visto molte cose affascinanti, dall’ antico canale ora interrato ancora visibile a Saliceta San Giuliano che arrivava fino a Piazza Roma, fino alla diga di Castellarano, con sosta al bellissimo manufatto del Dosile. Una pedalata-lezione sul ciclo dell’ acqua e la sua regolamentazione.

L’ iniziativa ha riscosso grande partecipazione : buona cosa, perché vedeva tra i suoi promotori l ‘ AIDMED, l’ Associazione Italiana Distrofia Muscolare di Emery-Dreyfuss. E, a proposito di doni, un contributo seppur piccolo alla ricerca sulla cura di questa rara malattia è prezioso come l’ acqua.

Maria Chiara Marchiò

La lunga via delle Dolomiti: ciclovacanza per famiglie FIAB Modena

VIAGGIO NEI MONTI
Il 18 agosto alle 6:30 ci siamo trovati alla stazione di Modena, pronti per la partenza. Era la prima volta che portavo la bici sul treno quindi all’ inizio facevo molta fatica, ma dopo averla caricata e scaricata un paio di volte mi sono abituata. Dopo tante ore di treno finalmente siamo arrivati a Bressanone. Da li siamo andati a Brunico in bici, non erano tanti chilometri ma la salita era ripidissima perciò mi sono sembrati infiniti. Fortuna che in campeggio ci avevano già montato le tende cosi non abbiamo dovuto farlo noi stanche come eravamo e per questo ringrazio tantissimo Stefano e la sua famiglia. Però il ristorante del campeggio si era scordato della nostra prenotazione così siamo andati a mangiare in una pizzeria lì vicino che fortunatamente faceva la pizza anche per me che sono celiaca poi in tenda a nanna sotto la pioggia.

Il giorno dopo abbiamo fatto colazione e siamo montati in sella, per me è andato molto meglio del primo, fortunatamente le salite si alternavano a delle belle discese. Dopo tanti chilometri siamo arrivati in ostello, dopo esserci riposati in giardino, siamo saliti nelle nostre camere poi siamo scesi a mangiare.

Il terzo giorno pensavamo fosse tutto in discesa ma al momento della colazione ci hanno detto che dovevamo fare la mattinata in salita e solo al pomeriggio trovavamo la tanto amata discesa comunque siamo arrivati in campeggio sani e salvi. Dopo aver fatto un giro nel paese di Cortina, e avere cenato, siamo andati in tenda a dormire. La mattina ci siamo accorti che tutte le nostre cose erano bagnate perché di notte aveva diluviato .

L’ultimo giorno in bici è andato benissimo, era tutto in discesa e arrivate a Calalzo abbiamo preso il treno per Mestre, e di nuovo abbiamo trovato il diluvio. Ma dopo che il tempo si è calmato siamo partiti e nonostante la stanchezza e la lunga strada che abbiamo dovuto fare, a mezzanotte siamo arrivati al campeggio dove affamati ci siamo abbuffati. In conclusione del nostro viaggio abbiamo fatto un giro per Venezia poi siamo partiti per Modena e tornati a casa dove abbiamo trovato il bel tempo.

Chiara Garofalo

Pizza al tegamino: pedalando con la luna velata

Pizza al tegamino – Bomporto – 22 luglio 2016

Una tradizione che si ripete, ma che non è mai uguale: la gita serale a Bomporto per la pizza al tegamino, in una breve “impressione” di una pedalatrice in ascolto della notte.

Pedalando con la luna velata
Eugenia Coriani

Manca poco a mezzanotte. Siamo tutti indaffarati nei preparativi per il rientro a Modena dopo avere gustato un’ottima pizza.  Ci siamo attrezzati per essere “illuminati” al massimo: luci agganciate al telaio della bicicletta, al manubrio, alle ruote, al casco. Alcuni indossano giubbetti rifrangenti.

La dinamo? Quel fruscio leggero che frenava e sfregava con un ronzio la ruota. Chi la ricorda più! Ora ci sono le lampade a led.

Si parte. Formiamo un lungo serpentone luminoso lungo il Naviglio.

I bambini sono i più eccitati. La notte è buia, la luna è quasi piena, ma velata. Nei pochi attimi di silenzio si sentono i versi degli animali della notte.

Riconosco il verso dell’assiolo e ricordo la poesia di Giovanni Pascoli (… dai campi si sentiva venire un verso: chiù…).

Le luci della città di Modena, che raggiungiamo di lì a poco, spezzano un momento magico per tutti.

Tresigallo, la città dell’utopia

Tresigallo – città d’arte – Domenica 12 giugno 2016

Situato sulla sponda sinistra del Po di Volano, nella pianura orientale della provincia di Ferrara, Tresigallo vive il suo periodo più importante a partire dai primi anni ’30, quando viene iniziata la progettazione a tavolino e la costruzione di una città in stile razionalista. Anche qui arrivano le biciclette Fiab, sfrecciando sui rettifili e negli incroci dalla facciate simmetriche.

Tresigallo, la città dell’utopia
Eugenia Coriani

Sogni… Sogni… Sogni…
SOGNI era la grande insegna sistemata sul tetto dell’ultimo edificio visitato a Tresigallo.
Agli inizi del secolo scorso, Tresigallo non era niente più di una piccola borgata; lì era nato il futuro Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei ministri del Regno d’Italia e successivamente Ministro dell’Agricoltura e foreste nel periodo di Mussolini, Edmondo Rossoni, uomo dalla personalità eclettica, sindacalista, giornalista, tra i più atipici tra tutti i gerarchi fascisti.

Con le sue direttive il paese viene completamente ricostruito con architetture razionaliste (è per questo che ha ottenuto la denominazione di Città d’Arte, quale esempio di città di nuova fondazione caratterizzata dalla modernità architettonica e urbanistica). Nessuno dei grandi architetti dell’epoca è intervenuto; il piano urbanistico stava nella testa di Rossoni che, da Roma pensava alle costruzioni e a come dovevano essere realizzate. Poi inviava le istruzioni al suo uomo di fiducia, Livio Marani, il macellaio del paese, il quale le trasmetteva a Carlo Frighi, giovane ingegnere tresigallese che Rossoni aveva fatto studiare a Roma a sue spese. Spesso, poi, tornava al paese per controllare lo stato dei lavori.

Ecco allora la Casa della Cultura, luogo della formazione ideologica e fisica dei giovani, il campo sportivo, la piazza centrale circondata da case popolari, la casa del ricamo con annesso asilo per la ragazze madri, un cinema-teatro.

Ma prima di fare le case e gli edifici pubblici e aggregativi, Rossoni fa le fabbriche, tutte attorno alla circonvallazione e soprattutto punta sulla diversificazione produttiva.

Forte della sua posizione politica, convince gli imprenditori a stabilirsi lì. In pochi anni sorgono, tra le altre, una distilleria per l’estrazione dell’alcol dalle bietole con annesso zuccherificio, un burrificio per la trasformazione del latte prodotto nelle stalle della zona, un canapificio per la lavorazione della canapa, un’industria metalmeccanica per la costruzione di macchine agricole, una cartiera per la lavorazione di rayon e cellulosa.

Rossoni, memore dei suoi trascorsi da sindacalista (fu tra i fondatori della U.I.L.), aveva sviluppato una visione politica ed economica molto personale, in cui capitale e lavoro devono unire le forze per favorire gli obiettivi dell’intera comunità. I suoi sogni furono interrotti, sul più bello, dall’alleanza con la Germania nazista e dall’entrata in guerra.

La grande zona industriale con i suoi enormi e utopici stabilimenti degli anni ’30 è ora in stato di abbandono. Un tesoro di archeologia industriale che aspetta solo di essere sfruttato e valorizzato per riprendere a… sognare!

Modena tra 2 fiumi

Domenica 29 maggio 2016 – Modena tra 2 fiumi

Debutto di fuoco (o meglio di acqua) di Lucia come capogita. Incerti fino all’ultimo se partire, approfittiamo di un momento asciutto per decidere che si va.

E invece, i 30 KM all’andata sono sotto un’acqua fitta e implacabile. A Solara (Lanterna di Diogene) veniamo rifocillati e dotati di phon
(tutto squisito, dall’ambiente al cibo); appare anche – per un’oretta – il sole e stendiamo i nostri vestiti e le nostre scarpe.

Poi si riparte e – dopo una mezz’oretta di luce, ancora acqua. Molte risate; luci spettacolari quando – ogni tanto – si affaccia il sole tra le nubi nere. Il paesaggio si può ben definire “lavato”.

Ad un avventore della locanda che ci ha chiesto: “Quando siete partiti da Modena”?. Silvio ha risposto: “Abbiamo aspettato che piovesse”.

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