E io pedalo. Donne che hanno voluto la bicicletta.

E’ in libreria E io pedalo. Donne che hanno voluto la bicicletta (Donatella Allegri, Ed. del Loggione, 2017). Tra tanti libri sulla bicicletta, questo ha un taglio speciale: la mette in relazione al cammino di autodeterminazione delle donne, da fine ‘800 ad oggi.

“Le figlie d’Eva non montino in velocipede, se .. vogliono conciliare igiene e moralità” scrive il fisiologo Mantegazza nel 1861. Annie Londonderry invece, pioniera del ciclismo femminile, nel 1898: “Nel momento in cui sale in sella [una donna] .. se ne va come l’immagine della femminilità libera e incondizionata”.

Insomma, lo avevano capito subito tutte e tutti (grande opportunità / pericolosa minaccia: punti di vista!!): la bicicletta era strumento di emancipazione. Certo che le donne la volevano, e il libro racconta come sia stata loro preziosa compagna di strada e di lotte, una fra tutte la Resistenza.

Lotte non certo alla fine: oggi il contrattacco al terreno conquistato tocca punte di violenza feroce, dalle parti nostre, e quanto alla bicicletta in molti Paesi per le donne è ancora tabù. Una finestra su questi mondi ce la schiudono le testimonianze delle migranti che imparano a pedalare nei corsi FIAB di Modena: che iniezione di autostima, che brivido di libertà i primi colpi di pedale in autonomia! L’ autrice racconta solo storie vere, documentate con scrupolo storico ma usando una scrittura calda, empatica che le rende vive e coinvolgenti. Leggetelo questo libro, leggete alle bambine e ai bambini di oggi la storia di Alfonsina Strada, unica donna a partecipare al Giro d’ Italia, 1924, con sovrumana determinazione. Tra tanti supereroi di fantasia, una volta tanto una supereroina: e vera, mica inventata!

La presentazione del libro al pubblico e l’incontro con l’autrice Donatella Allegro avverrà, martedì 20 marzo, alle ore 18, presso la libreria Ubik in via dei Tintori a Modena.

Marchiò Maria Chiara
www.modenainbici.it

Guerra e Bici

Stati Uniti 1942. L ‘anno prima gli americani a Pearl Harbour avevano subito il primo attacco della storia sul loro suolo costringendoli ad entrare in guerra, cambiandone di conseguenza e repentinamente il loro stile di vita, compreso il modo di viaggiare e muoversi soprattutto in ambito urbano. Da qui la chiamata a raccolta degli americani da parte del “The Office of Price Administration’s Automobiles Rationing Branch “alimentando il patriottismo, cercando di convincerli ad inforcare la bici,  pedalare per i loro spostamenti. Una campagna mirata a scoraggiare quanto più possibile il viaggiare da soli in automobile almeno in città al fine di sprecare meno risorse (in favore dello sforzo bellico) …e lanciare e diffondere il messaggio” Se viaggi da solo viaggi con Hitler” ovvero sprechi risorse utili alla patria, sei un collaborazionista, non sei un patriota. I funzionari americani dell’ufficio razionamento erano però andati oltre. Sentite un po’ …: “abbiamo bisogno di tanti ciclisti durante questa guerra” recitava un libretto di otto pagine. L’autore, un tale Reginald Da Silva, scriveva: “c’è una domanda in crescita negli spostamenti casa lavoro molto oltre quelli in tempo di pace…. per cui vista l’adeguatezza della bicicletta agli spostamenti brevi, per le persone che si spostano anche  ad intervalli irregolari, che vivono anche un poco distanti dalle vie principali e che in virtù delle difficili condizioni finanziare dovute alla guerra, non sono in grado di sostenere il trasporto in automobile e del fatto che la bici consente anche di trasportare carichi leggeri  ( siamo alla bike cargo), che la bici è facilmente riparabile, non richiede benzina, è straordinariamente economica anche nel consumo della gomma ( i copertoni) ci sembra altamente desiderabile il volere  provvedere  adeguate forniture di bici per adulti.” Addirittura il New York Times scriveva:”che tutti i giorni siano riservate alle biciclette delle strade durante determinate ore e che queste “strade ciclabili” siano vietate alla circolazione delle auto durante la giornata per consentire ai ciclisti spostamenti casa lavoro e casa scuola. E non solo uomini e bambini dovrebbero essere interessati, ma anche (e qui non traduco l’espressione in inglese) le “housewives in suburban areas” (le rezdore!).  Tanto che la Signora di Franklin Delano Roosvelt (mogliedel Presidente degli Stati Uniti) s’è comprata la bici pure lei negli ultimi mesi! Dopo di che l’industria Huffman & Westfield lancia sul mercato nel 1942 la “Victory Bike”! Robusta e con cestino in acciaio sul fronte. La produzione di Victory Bike fu prevista in 750.000 esemplari l’anno, purtroppo scesi a 150.000 perché si era in guerra e mancava la materia prima.

Tbilisi 14 Agosto 2017

Lorenzo Carapellese – urbanista

www.modenainbici.it

E io pedalo. Donne che hanno voluto la bicicletta

e io pedalo - donne che hanno voluto la bicicletta

e io pedalo – donne che hanno voluto la bicicletta

Sabato 24 settembre a Maranello, nell’ambito delle celebrazioni legate ai 70 anni dal voto alle donne, si è tenuta lo spettacolo teatrale di Donatella Allegro: “E io pedalo. Donne che hanno voluto la bicicletta”, una storia tutta al femminile di emancipazione, amore, libertà e coraggio.

Abbiamo conosciuto Donatella Allegro nel 2012 in occasione dell’interessante progetto dell’ ERT “Il ratto d’Europa”, che ha visto lavorare insieme in un dialogo interattivo gli attori e le varie realtà territoriali modenesi tra cui la FIAB, dialogo che è proseguito con la meravigliosa esperienza di “Carissimi Padri”.

Il sodalizio che è nato tra la nostra associazione e gli attori dei due progetti ha avuto come “mezzo di trasmissione” la bicicletta e ci ha dato l’opportunità di unire la nostra passione per la bici ed il loro amore per il teatro. Pedalando insieme a loro ed alla cittadinanza abbiamo riflettuto, discusso e ci siamo interrogati sulla nostra idea di Europa e sulle origini storiche e culturali della Prima Guerra Mondiale.

Ma la nostra collaborazione con Donatella è proseguita quest’anno nel corso del suo ultimo lavoro “E io pedalo. Donne che hanno voluto la bicicletta“, della quale è regista ( interpreti: Irene Guadagnini ed Eugenia Rofi), spettacolo che ha esordito nel mese di giugno a Sant’Agata Bolognese, per poi replicare durante l’estate a Bologna ed a Modena

Questa volta l'”apporto” della nostra associazione è stato meno concreto e più esperienziale, essendo legato alla pratica, che perdura oramai da diversi anni, di insegnare l’uso della bicicletta alle donne migranti e che è sfociata in un vero e proprio progetto.

Ma veniamo al lavoro teatrale.

È un viaggio insolito, quello cui ci portano le due attrici di scena: la bici è ferma, in riparazione, eppure è come se corresse veloce come il vento, anzi come il tempo che scivola via un decennio dopo l’altro per circa un secolo, le parole si susseguono come pedalate: dure, leggere, allegre, drammatiche, storie di emancipazione al femminile, a cominciare da quella di Alfonsina Strada, che nel 1924 corse il giro d’Italia insieme agli altri uomini, storie spesso dimenticate di staffette partigiane che hanno dato la propria vita per amore della libertà, storie di eccellenza consapevole, come quella dell’atleta olimpionica Antonella Bellutti ed infine storie dei nostri giorni, esperienze moderne dove la bicicletta diventa un mezzo di emancipazione e consapevolezza, un mezzo per volare leggere come farfalle, un mezzo necessario per muoversi in autonomia

Incontriamo Donatella a Modena 20 giorni dopo il debutto dello spettacolo teatrale a Sant’Agata Bolognese per farle alcune domande

1. Sappiamo che il tema dell’emancipazione femminile non ti è nuovo, pensiamo alla ricerca che hai svolto sull’esperienza storica dei Gruppi di Difesa della Donna tra Resistenza ed emancipazione, che è sfociato nello spettacolo “Pane, lavoro e pace”, oppure al lavoro sulla problematica del lavoro e dell’identità femminile di “E sei anche fortunata”; questa volta hai affrontato la tematica da un punto di vista diverso, raccontando di donne cicliste. Cosa ti ha spinto a fare questa ricerca?

Due direzioni diverse. La prima spinta è nata dal voler lavorare sullo sport femminile, avendo letto e ascoltato esperienze che mi avevano fatto rendere conto di quanto lo sport possa rivelarsi un concentrato di discriminazione di genere poco note, poco note perché spesso non le vogliamo vedere. Dico che è un “concentrato” perché lo sport, questo mondo apparentemente pieno di attrattive, ha tutti i problemi dell’emancipazione femminile: basti pensare all’enorme disparità nelle retribuzioni e il non accesso al professionismo. Quest’ultimo è un aspetto prettamente italiano, dato che in Italia il regolamento non prevede che lo sport femminile sia uno sport professionistico – e questa è anche una delle scuse per cui si pagano poco le donne … ma non è l’unica, naturalmente.

spettacolo - e io pedalo

spettacolo – e io pedalo

La seconda spinta nasce dal voler mettere in evidenza sia l’importanza che ha avuto per le donne l’accesso a sport tradizionalmente maschili, sia l’aspetto dell’iconografia dello sportivo, con tutti i suoi riflessi sessisti, o comunque stereotipati, presenti nei media, soprattutto sulle donne ma non solo.

Questi sono i temi che trovavo interessati nell’affrontare le tematiche donne e sport.

Però man mano che leggevo mi sono resa conto che lo sport agonistico era il punto di partenza ma non quello di arrivo, così il mio interesse si è focalizzato sulla bicicletta, che mi è sembrata il caso più interessante ed eclatante.

Poi naturalmente c’è un dato personale: anche per me la bici ha rappresentato una compagna molto importante della mia vita, anche se adesso la frequento meno di quello che vorrei.

Questi due aspetti sono confluiti in uno spettacolo sulla bicicletta come strumento di libertà, per tutti e in ogni parte del mondo, e come strumento di liberazione, nello specifico per le donne e nella storia di quest’ultimo secolo.

2. Alfonsina Strada, le staffette partigiane, Antonella Bellutti e poi le donne migranti, qual’é il filo conduttore del tuo spettacolo?

Potrei dare due risposte. Il primo filo è quello che lega alcuni casi esemplari in cui la bicicletta ha rappresentato uno strumento di emancipazione concreta, non solo nello sport ma anche nel potenziare un ruolo “attivo” della donna nella società.

Le storie che avete citato sono precedute da una specie di prologo molto scherzoso ma di grande importanza: accenniamo, per sketch, a pregiudizi di fine Ottocento-inizi Novecento molto diffusi in Italia, pregiudizi di cui erano oggetto le donne che andavano in bicicletta, con tutte una serie di presunte ricadute paramediche e fisiologiche. Si diceva, ad esempio, che la bicicletta danneggiasse gli organi riproduttivi, portasse malformazioni… inoltre era uno strumento considerato indecente per via della sua (sempre presunta) connotazione erotica. Noi queste cose le diciamo nello spettacolo, mostrando anche il coté ironico della letteratura dell’epoca, che dipingeva queste donne cicliste come strane ed eccentriche – come peraltro erano e come penso si debba essere a volte nella vita se si vuole ottenere qualcosa.

Questo aspetto ci interessa non solo perché racconta la difficoltà del conquistarsi questo strumento ma anche perché evidenzia come le argomentazioni adottate per criticare una qualsiasi conquista femminile siano sempre le stesse, ossia spiegazioni pseudo-scientifiche, pseudo-naturalistiche, fondamentalmente di controllo del corpo femminile, come quelle che contestavano l’accesso delle donne alla Magistratura poiché le si considerava “umorali”.

Dovremmo anche aver superato il concetto di natura come una sorta di entità divina e quindi immutabile; ma in realtà ancora oggi ci vengono date spiegazioni di questo tipo: dobbiamo tenerlo presente e dobbiamo non farci mai bloccare da queste argomentazioni.

corso donne straniere

corso donne straniere

Il secondo, possibile, filo conduttore è interno, ed è ben rappresentato dall’ultima di queste storie, vale a dire quella delle donne straniere che oggi imparano ad andare in bicicletta. Io mi sono basata sull’esperienza della FIAB di Modena, non solo perché ero venuta a conoscenza di questa attività, ma anche perché volevo essere molto concreta, molto specifica, volevo dire i loro nomi, quello che fanno quotidianamente nella vita, le cose pratiche che vengono fatte e come vengono fatte, così da poter pensare di farlo noi stessi.

Le storie delle donne che ho intervistato rappresentano da sole una miniatura di tutto lo spettacolo, che a sua volta è la miniatura di uno spaccato molto più grande. Queste storie ci fanno (ri)scoprire che andare in bicicletta può essere divertente, utile, comodo, economico, relativamente facile e che rende indipendenti. Le donne mi raccontano che da quando hanno la bici possono andare in giro da sole, non devono chiedere a qualcuno di accompagnarle; cosa che vale anche per noi, se ci pensiamo: per me la bici è stato lo strumento che mi ha permesso, finalmente, di uscire, la macchina non ce l’avevo, il motorino non ce l’avevo, l’autobus c’era fino all’una di notte …

Sono gli stessi elementi che tengono insieme tutte le storie dello spettacolo: in modo diverso, sono storie di professionismo, di lotta politica e di partecipazione civile.

3. Veniamo alla nostra precipua esperienza, quella del corso per insegnare alla donne straniere ad andare in bicicletta e all’incontro con le donne migranti: raccontaci come è andata e quali sono state le tue riflessioni , umori, reazioni…

L’esperienza è stata molto intensa. Quando ho sentito parlare di questo corso non ho pensato, come quando ho letto i diversi libri, “adesso guardo e vedo se è interessante”, ho pensato “è proprio ciò di cui voglio parlare”. Ho incontrato la Fiab di Modena, che mi ha spiegato il progetto e mi ha dato alcune informazioni che mi sono servite per lo spettacolo e mi ha infine indirizzata alla Casa delle Donne Migranti, frequentata da molte delle donne straniere che seguono i loro corsi.

Qui ho trovato una grande disponibilità, Edith mi ha messo in contatto con alcune di loro e le ho intervistate. Avevano una grande voglia di raccontare e mi hanno raccontato storie molto diverse tra loro; le ho registrate, ma mi hanno chiesto di non fare ascoltare in pubblico le loro voci. Quando le ho riascoltate a casa, da sola, mi sono molto emozionata.

corso donne straniere

corso donne straniere

Cosa ho imparato? Un sacco di cose. Più domande che risposte. Innanzitutto, sono tutte storie diverse, dato che ogni paese di provenienza ha una cultura differente, ma, come da noi, è diverso anche se si viene dalla città o da un paese. Ho notato da alcune di loro la bicicletta non era stata presa in considerazione per molto tempo, a volte per paure, altre per pregiudizi o divieti espliciti.

È interessante perché se si facesse un serio discorso di coscienza femminile si vedrebbe che il crinale fra queste due cose è molto sottile, perché una proibizione, a meno che non sia sanzionata con una punizione corporale immediata, molto spesso crea in noi una auto-moderazione, una auto-repressione che fa in modo che in questa cosa non ci buttiamo. Cito un caso molto chiaro: Edith mi ha raccontato che ha imparato ad andare in bicicletta a 28 anni, dopo che si era separata dal marito. Nonostante lui stesso avesse cercato di insegnarle, lei non era riuscita a imparare: solo dopo la separazione, che corrispondeva ad una presa di coscienza, c’è riuscita.

Così anche un’altra donna che ho intervistato, di origine albanese, racconta che a lei non era proibito andare in bicicletta, ma aveva molta paura; quando si è separata, ha fatto un percorso particolare, si è liberata di una famiglia molto oppressiva e ha iniziato a concedersi delle cose come andare in giro da sola, ed è per questo che ha imparato ad andare in bici.

Poi mi ha colpito molto la storia di Rima, di origine marocchina che, con un entusiasmo debordante, mi ha raccontato che adesso lei va ad aiutare al corso, e lo racconta come qualcosa che le riempie la vita. Mi ha detto mille volte “perché io salgo nella bici, giro e sono felice”, e vorrebbe che lo fossero anche le altre. In questa storia appare chiaramente il valore del passaggio di testimone tra donne, la trasmissione di un sapere, anche molto pratico, e di una presa di coscienza.

4. Dopo aver visto “E io pedalo” ti abbiamo coniato con una definizione che compendia due concetti : quella di direttrice e quella , più ludica, di ciclista, ti calza questa definizione? Quanto la senti tua? In particolare ti chiediamo se e come quest’esperienza ha cambiato il tuo approccio alla bicicletta e alla mobilità nel contesto urbano in cui vivi?

Oddio, “direttrice” mi fa un po’ paura però diciamo di sì… nel senso che si suppone che un regista diriga. Ma fino a un certo punto; diciamo che propone una direzione, poi, se funziona, qualcuno segue.

Ciclista? Come la donna del mio spettacolo sono una di quelle che in inverno non va in bicicletta, perché ho le borse, con la giacca mi suda la schiena… Insomma sono una di città, specie adesso che ho la macchina. Insomma, sono una ciclista poco attiva, ma sinceramente debitrice alla bicicletta. Tra i tanti episodi, ne cito uno. Al tempo del liceo la bici faceva da buchetta della posta: avevo un’amica che andava già all’università, mentre io frequentavo ancora il liceo, i cellulari non c’erano ancora e lei mi lasciava i bigliettini sulla bici.

spettacolo - e io pedalo

spettacolo – e io pedalo

Mi avete chiesto se lo spettacolo ha cambiato il mio approccio alla bici. In parte sì, perché mi sono resa conto che vorrei usarla di più, per sentirmi un po’ più libera. Io appartengo a quella fetta di popolazione che vive in macchina con l’auricolare del telefono nelle orecchie; tuttavia, facendo questa ricerca, leggendo tanti testi sulla bicicletta, sentendo tante esperienze, mi sono detta che un cambiamento ci vuole e che non è più procrastinabile. Il mondo non ci concede questi tempi, lo dice Antonella Bellutti in una sua intervista che cito nel testo. I ciclisti, afferma, sono personaggi scomodi perché danno un tempo che non è quello della città e del resto del mondo; si inseriscono con la loro leggerezza e con i loro ritmi diversi – che non sono necessariamente più lenti perché in città sono anzi più rapidi – in un mondo fatto modo differente. Essere scomodi però è importante, per non essere totalmente travolti da cose che non abbiamo scelto. Ma anche da quelle che abbiamo scelto.

Dunque sì, personalmente mi sento un po’ cambiata e spero che lo spettacolo faccia qualcosa in questo senso. Un’amica, che non si occupa né di teatro, né di bici, mi ha raccontato che dopo il debutto a Sant’Agata ha sentito un gruppo di signore dibattere su chi ancora andava in bici, chi non c’era mai andata, etc. I dibattiti nascono sempre dopo gli spettacoli e ho pensato “ecco era proprio quello che volevo”.

Andare in bici: le ragioni del pedalare

Ercole Giammarco, Andare in bici: le ragioni del pedalare, Garzanti 2014

“A scuola il piccolino (l’ultimo dei tre) lo accompagno in bici. Mi piace pedalare con la sua testolina davanti a me… E mentre pedalo sento l’odore dei capelli di mio figlio, quello che hanno le teste di tutti i bambini, e penso quanta nostalgia avrò di quell’odore fra qualche anno, quando quel frugoletto si sarà trasformato in un ragazzone tutto muscoli e brufoli…

Davanti al cancello della scuola il solito spettacolo: auto in seconda fila, mamme assediate tra un vigile che sta per multarle e l’automobilista imbufalito che hanno appena imbottigliato con la loro sosta…

Porto la bici a mano oltre il portone, bacio mio figlio augurandogli una buona giornata e vado a prendere un caffè nel baracchino davanti alla scuola. Senza cercare un posto dove parcheggiare l’auto. Perché non ho un auto da parcheggiare.

E bevendo il mio terzo caffè penso che, almeno in questo, sono davvero più furbo di tanti altri. Merito della mia bici: la guardo, appoggiata a un albero, a due passi da me, e sento di volerle quasi bene.”

Comincia così, con un tocco leggero da narratore, un libro che in realtà unisce alla piacevolezza della lettura molti consigli pratici su come scegliere la bicicletta, come sopravvivere in città su due ruote, come evitare di farsela rubare, come fare manutenzione…

2016_ragioni del pedalareL’ultima pagina è una sorta di manifesto in 10 punti:

Chi pedala cambia il mondo dolcemente.

Chi pedala rispetta ciò che ha intorno.

Chi pedala sta bene.

Chi pedala ha equilibrio. Impara a misurare le forze, perché accelerare costa fatica.

Chi pedala conosce meglio il luogo dove vive.

Chi pedala risparmia e fa risparmiare la collettività.

Chi pedala crea lavoro.

Chi pedala migliora il proprio carattere.

Chi pedala non lascia niente dietro di sé e guarda avanti.

Chi pedala ha bisogno di poco.

E per finire, chi pedala dovrebbe rispettare le regole del traffico e della convivenza civile. Se non lo fa sbaglia.

Bici da leggere: Hai voluto la bicicletta. Il piacere della fatica

copertina

copertina

Hai voluto la bicicletta. Il piacere della fatica

a cura di L. Grandi e S. Tettamanti, Sellerio 2015

Questa antologia che raccoglie racconti ciclistici di giornalisti che sono in realtà grandi narratori (Gianni Brera, Gianni Mura, Orio Vergani, Manlio Cancogni tra gli altri) e di narratori che si fanno cronisti (tra cui Vasco Pratolini, Dino Buzzati, Achille Campanile, Piero Chiara): cronache come racconti e racconti come cronache del grande mito del ciclismo.

Quando il tema è il ciclismo, il racconto assume immediatamente la forma del mito. E infatti quali sono quasi sempre gli elementi della narrazione? Il gruppo, ovvero la massa dei ciclisti. Dentro il gruppo numeroso l’eroe solitario, circondato dai suoi fedeli, i gregari. Intorno il paesaggio, epico e vivente, non la scatola chiusa di uno stadio; e del paesaggio lo scrittore ferma sempre la natura e l’anima, la geografia fisica ma anche la storia, il costume, la cultura. E poi, il paesaggio umano che circonda i ciclisti, la “carovana” piena di umori, di storie, di masserizie, di tecniche e segreti, tutti da raccontare. Così, per questa appartenenza al campo del mito ben oltre la povera realtà ordinaria, le migliori cronache del ciclismo sono opera di scrittori, così come i cronisti diventano a tutti gli effetti narratori nel momento di grazia del loro “pezzo” sulla corsa.

Con scritti di: Marco Ballestracci, Stefano Benni, Gianni Brera, Dino Buzzati, Achille Campanile, Manlio Cancogni, Piero Chiara, Franco Cordelli, Paolo Di Stefano, Paolo Facchinetti, Gian Luca Favetto, Cesare Fiumi, Alfonso Gatto, Fabio Genovesi, Claudio Gregori, Daniele Marchesini, Gianni Mura, Rino Negri, Alfredo Oriani, Anna Maria Ortese, Marco Pastonesi, Vasco Pratolini, Mario Soldati, Giovanni Testori, Guido Vergani, Orio Vergani.

A ruota libera: Un viaggio contro l’indifferenza

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Tutto inizia con un viaggio in bicicletta sul Cammino di Santiago e con due ragazze, Gaia e Chiara, accomunate dalla stessa passione per il viaggio lento. Da allora sono passati dieci anni e le due ragazze hanno continuato a viaggiare, percorrendo la via Francigena, l’Olanda, l’Irlanda. A volte si sono separate e Gaia ha proseguito da sola, come quando è andata in America o in Cina.

Quando hanno deciso di raggiungere Gerusalemme si sono ritrovate di nuovo unite, ed è maturato così il desiderio di raccogliere testimonianze di donne incontrate durante il loro andare. La svolta arriva nel 2014, quando Gaia scopre la tragedia di Porto Palo, avvenuta nella notte tra Natale e Santo Stefano di 18 anni prima: una imbarcazione con a bordo circa 300 migranti, provenienti dal Pakistan, dallo Sri Lanka e dall’India, affonda al largo del piccolo porto siciliano. Una tragedia passata sotto silenzio, avvolta nel mistero, finché il velo viene squarciato grazie alla testimonianza di un pescatore e la verità viene a galla. Il libro, scritto dal giornalista Giovanni Maria Bellu, dal titolo emblematico “I fantasmi di Porto Palo” ne racconta tutte le varie sfumature, i silenzi, le omissioni. Sappiamo che da quel lontano 1996 altri terribili naufragi si sono succeduti in un crescendo senza fine (ricordiamo, tra gli altri, quello al largo di Lampedusa dell’ottobre del 2013 e quello più recente dell’aprile di quest’anno. il cui numero di vittime solo a pronunciarlo fa venire i brividi) in un triste, tragico copione al quale rifiutiamo ancora oggi di assuefarci.

Di tutte queste persone, donne, uomini, bambini, non è rimasto nulla, non una tomba su cui piangere, i corpi sepolti per sempre nel grande blu. L’unica realtà rimasta, questa sì, palpabile e concreta, è l’indifferenza dei più.
Ma Gaia non vuole rimanere indifferente, così decide, nell’agosto del 2014, insieme alla associazione “Viandando” di intraprendere un viaggio in bicicletta lungo l’Italia meridionale, percorrendo 1200 chilometri da San Severo in Puglia fino a Porto Palo di Capo Passero, in Sicilia.
Il “Rambling for migrants”, questo il nome del progetto, al quale ha aderito anche l’associazione “Libera contro le mafie” è stato un viaggio della memoria e della conoscenza, durante il quale si è potuto concretizzare l’incontro con comunità di immigrati che hanno vissuto il dramma dell’esodo e che per questo sono testimoni diretti dei flussi dei migranti e rifugiati. L’idea voleva essere altresì una “chiamata di correo” per i paesi dell’Unione, con una raccolta di firme per una petizione volta a spingere i Paesi Europei a farsi carico del recupero della nave F145 affondata nel lontano 1996 insieme al suo carico di vite umane.

Leggiamo dal sito di “Viandando” (www.viandando.eu) che Gaia è tornata dal viaggio carica di speranza e che un nuovo progetto sul tema dei migranti è stato lanciato, un carico di chilometri da percorrere in bicicletta in collettiva, per richiamare l’attenzione delle autorità ad un diverso modo di affrontare il tema migrazione, perché il diritto di sognare una vita migliore è un diritto universale, da sempre.

Rubrica a cura di Luana Marangoni

Federico Del Prete, Paolo Pinzuti, Più bici più piaci.

piu bici piu piaci

piu bici piu piaci

Federico Del Prete, Paolo Pinzuti, Più bici più piaci. Viaggio semiserio alla scoperta della due ruote perfetta per te, Terre di mezzo 2014

La bicicletta è libertà: va dappertutto, non inquina, ci fa risparmiare, è salutare e rende felici. Allora perché non la usiamo tutti?
Per scardinare impedimenti reali e barriere mentali, basta scoprire la dueruote e gli accessori giusti, che tu sia una mamma, un pendolare, un maneger, un pigrone …

Un viaggio semiserio tra 25 divertenti identikit per trovare il mezzo adatto alle tue esigenze. Un capitolo è dedicato al progetto “I bike to work”, in bicicletta al lavoro, che si concentra su una mobilità nuova per gli spostamenti quotidiani.

Così si definiscono gli autori:
Paolo Pinzuti, è affetto da una gravissima forma di ciclismo che nel 2012 lo ha spinto a lanciare la campagna #salvaiciclisti e poi a fare l’editore di bikeitalia.it.
Federico Del Prete non si è ancora ripreso dopo una felice conversione alla bicicletta. Ha scritto, tra le altre cose, Compratevi una bicicletta! (Ediciclo).
Il libro è illustrato da Gabriele Orlando, disegnatore e ciclista milanese. Per “Terre di mezzo” ha già illustrato Manuale di sopravvivenza ciclica urbana e La storia sui muri.

Ciò che conta è la bicicletta. La ricerca della felicità su due ruote

penn - ciò che conta è la bicicletta

penn – ciò che conta è la bicicletta

Robert Penn, Ciò che conta è la bicicletta. La ricerca della felicità su due ruote, Ponte alle Grazie 2011

Robert Penn va in bicicletta da quando ha memoria, ci ha anche fatto il giro del mondo. Tuttavia, nessuna delle innumerevoli due ruote che ha posseduto è riuscita a incarnare fino in fondo questa sua autentica devozione. A un certo punto è arrivato il momento di farsi fare una nuova bicicletta, un gioiellino costruito su misura, in grado di riflettere appieno lo stato di grazia in cui si trova mentre pedala, quello di “un comune mortale in contatto con gli dèi”.

Il libro è dunque un viaggio nella progettazione e nella costruzione della bici dei sogni. Da Stoke-on-Trent, dove un artigiano gli cuce addosso un telaio fatto a mano, alla California, patria delle mountain bike, dove nel retro di un anonimo negozio Robert assiste alla nascita delle ruote, passando per Portland, Milano e Conventry, culla della bicicletta moderna, è il racconto di una storia d’amore.

E già che c’è, pezzo dopo pezzo, Penn coglie l’occasione di esplorare la cultura, la scienza e la storia della bicicletta, per narrarci come abbia cambiato il corso della storia dell’uomo: dall’invenzione del “cavallo della gente comune” al suo ruolo nell’emancipazione della donna, fino al fascino immortale di Giro d’Italia e Tour de France.

Ecco perché pedaliamo. Ecco perché questa macchina così semplice rimane al centro della nostra vita oggi

No bici, di Alberto Fiorillo, Ediciclo 2012

No bici di Alberto Fiorillo

No Bici – Alberto Fiorillo

Sogno città senza bici. Senza quelle biciclette ritratte sui manifesti pubblicitari che offrono una sbarazzina e giovanile scenografia ai piazzisti di telefonini, conti correnti, polo di piqué, addirittura automobili. Senza quelle bici straboccanti di glamour dei vip che piacciono tanto a giornali e paparazzi pronti a immortalare l’atletico passatempo di ciclopresidenti, cicloattori e ciclostar che prima consegnano un bel cheese all’obiettivo e poi, svoltato l’angolo, raggiungono comodi la loro destinazione sul sedile posteriore di una berlina. Senza quelle bici promesse come premio all’automobilista fedele, che vincere una bicicletta coi bollini del carburante è un po’ come aggiudicarsi una bibbia a una gara di bestemmie. Senza quelle mountain bike caricate su pick-up puzzoingombranti per andare a scovare sentieri vuoti di traffico e smog. Senza quelle minimaliste e fighette dei ruotafissati, che sono più capi d’abbigliamento che veicoli: non ti portano, si portano.

Come mai hai scelto questo titolo così irriverente per il tuo libro?

“Anche se non è corretto a me piace definirlo titolo palindromo. Si può leggere in un modo e esattamente al contrario. No Bici è la realtà che, tranne poche eccezioni, rende le città italiane assolutamente inospitali per le biciclette e i sindaci refrattari a qualsiasi intervento che metta un freno all’invadenza delle automobili per dare spazio a modi di muoversi qualitativamente migliori: i piedi, i pedali, il trasporto pubblico. No Bici però è anche una citazione del libro di Naomi Klein e l’ambizione di imporre la bicicletta per il suo valore d’uso e non perché fa figo o s’intona bene con la t-shirt o il tailleurino. Non so se hai presente il tipo cool che possiede più mezzi e che prima di uscire di casa si pone il fatidico interrogativo: e oggi che bici mi metto? Ma No Bici è ovviamente anche Sì Bici, la convinzione che la bici mobilita l’uomo e un po’ lo nobilita anche, che chi pedala ha compreso che le strade e le piazze sono luoghi di socialità e d’incontro e non luoghi di scontro (non solo metaforico) come avviene tra i motorizzati” (da un’intervista all’autore).

La manutenzione della bicicletta e del ciclista di città, di Ilaria Sesana, Ponte alle Grazie – Altreconomia Edizioni, 2012

La manutenzione della bicicletta e del ciclista di città,  di Ilaria Sesana

La manutenzione della bicicletta e del ciclista di città, di Ilaria Sesana

L’agile manuale scritto dalla giornalista Ilaria Sesana (che vive e pedala avanti e indietro per Milano) si concentra su due aspetti fondamentali per chiunque abbia fatto della bici il suo mezzo di trasporto quotidiano: la manutenzione della bicicletta, ovvero come capire e risolvere piccoli problemi pratici per mantenere efficiente il proprio mezzo, e la manutenzione del ciclista, ovvero come difendere se stessi dalle mille insidie del traffico, dello smog, del meteo.

Scrive l’autrice nella premessa: “…prima di tutto, la bicicletta è libertà. Libertà di muovermi per la città senza restare imbottigliata nel traffico. O impazzire alla ricerca di un parcheggio. Libertà di andare al lavoro in poco più di venti minuti, ritagliandomi pure il tempo per il caffè e la pausa in edicola […]

Gli ostacoli, certo, non mancano: traffico delirante, smog, piste ciclabili a spezzatino, buche nell’asfalto […] La bici in città è un azzardo, ma ho scelto di puntare su questa ruota. Perché dopo otto ore trascorse davanti a un pc, la possibilità di sciogliere i muscoli con una bella pedalata è il modo migliore per concludere la giornata. Perché mi permette di rilassarmi e di mantenermi in forma. Perché in questo modo posso dare il mio piccolo contributo a rendere la mia città un posto un po’ più vivibile.

Poi c’è un’ultima, piccola soddisfazione: recuperare il piacere di fare le cose con le mie mani. Individuare un problema, capirne le cause, sporcarmi le mani e (talvolta con un piccolo aiuto esterno) riuscire a trovare una soluzione. E poter dire agli scettici: L’ho fatto io, che ci vuole?”