E io pedalo. Donne che hanno voluto la bicicletta

e io pedalo - donne che hanno voluto la bicicletta

e io pedalo – donne che hanno voluto la bicicletta

Sabato 24 settembre a Maranello, nell’ambito delle celebrazioni legate ai 70 anni dal voto alle donne, si è tenuta lo spettacolo teatrale di Donatella Allegro: “E io pedalo. Donne che hanno voluto la bicicletta”, una storia tutta al femminile di emancipazione, amore, libertà e coraggio.

Abbiamo conosciuto Donatella Allegro nel 2012 in occasione dell’interessante progetto dell’ ERT “Il ratto d’Europa”, che ha visto lavorare insieme in un dialogo interattivo gli attori e le varie realtà territoriali modenesi tra cui la FIAB, dialogo che è proseguito con la meravigliosa esperienza di “Carissimi Padri”.

Il sodalizio che è nato tra la nostra associazione e gli attori dei due progetti ha avuto come “mezzo di trasmissione” la bicicletta e ci ha dato l’opportunità di unire la nostra passione per la bici ed il loro amore per il teatro. Pedalando insieme a loro ed alla cittadinanza abbiamo riflettuto, discusso e ci siamo interrogati sulla nostra idea di Europa e sulle origini storiche e culturali della Prima Guerra Mondiale.

Ma la nostra collaborazione con Donatella è proseguita quest’anno nel corso del suo ultimo lavoro “E io pedalo. Donne che hanno voluto la bicicletta“, della quale è regista ( interpreti: Irene Guadagnini ed Eugenia Rofi), spettacolo che ha esordito nel mese di giugno a Sant’Agata Bolognese, per poi replicare durante l’estate a Bologna ed a Modena

Questa volta l'”apporto” della nostra associazione è stato meno concreto e più esperienziale, essendo legato alla pratica, che perdura oramai da diversi anni, di insegnare l’uso della bicicletta alle donne migranti e che è sfociata in un vero e proprio progetto.

Ma veniamo al lavoro teatrale.

È un viaggio insolito, quello cui ci portano le due attrici di scena: la bici è ferma, in riparazione, eppure è come se corresse veloce come il vento, anzi come il tempo che scivola via un decennio dopo l’altro per circa un secolo, le parole si susseguono come pedalate: dure, leggere, allegre, drammatiche, storie di emancipazione al femminile, a cominciare da quella di Alfonsina Strada, che nel 1924 corse il giro d’Italia insieme agli altri uomini, storie spesso dimenticate di staffette partigiane che hanno dato la propria vita per amore della libertà, storie di eccellenza consapevole, come quella dell’atleta olimpionica Antonella Bellutti ed infine storie dei nostri giorni, esperienze moderne dove la bicicletta diventa un mezzo di emancipazione e consapevolezza, un mezzo per volare leggere come farfalle, un mezzo necessario per muoversi in autonomia

Incontriamo Donatella a Modena 20 giorni dopo il debutto dello spettacolo teatrale a Sant’Agata Bolognese per farle alcune domande

1. Sappiamo che il tema dell’emancipazione femminile non ti è nuovo, pensiamo alla ricerca che hai svolto sull’esperienza storica dei Gruppi di Difesa della Donna tra Resistenza ed emancipazione, che è sfociato nello spettacolo “Pane, lavoro e pace”, oppure al lavoro sulla problematica del lavoro e dell’identità femminile di “E sei anche fortunata”; questa volta hai affrontato la tematica da un punto di vista diverso, raccontando di donne cicliste. Cosa ti ha spinto a fare questa ricerca?

Due direzioni diverse. La prima spinta è nata dal voler lavorare sullo sport femminile, avendo letto e ascoltato esperienze che mi avevano fatto rendere conto di quanto lo sport possa rivelarsi un concentrato di discriminazione di genere poco note, poco note perché spesso non le vogliamo vedere. Dico che è un “concentrato” perché lo sport, questo mondo apparentemente pieno di attrattive, ha tutti i problemi dell’emancipazione femminile: basti pensare all’enorme disparità nelle retribuzioni e il non accesso al professionismo. Quest’ultimo è un aspetto prettamente italiano, dato che in Italia il regolamento non prevede che lo sport femminile sia uno sport professionistico – e questa è anche una delle scuse per cui si pagano poco le donne … ma non è l’unica, naturalmente.

spettacolo - e io pedalo

spettacolo – e io pedalo

La seconda spinta nasce dal voler mettere in evidenza sia l’importanza che ha avuto per le donne l’accesso a sport tradizionalmente maschili, sia l’aspetto dell’iconografia dello sportivo, con tutti i suoi riflessi sessisti, o comunque stereotipati, presenti nei media, soprattutto sulle donne ma non solo.

Questi sono i temi che trovavo interessati nell’affrontare le tematiche donne e sport.

Però man mano che leggevo mi sono resa conto che lo sport agonistico era il punto di partenza ma non quello di arrivo, così il mio interesse si è focalizzato sulla bicicletta, che mi è sembrata il caso più interessante ed eclatante.

Poi naturalmente c’è un dato personale: anche per me la bici ha rappresentato una compagna molto importante della mia vita, anche se adesso la frequento meno di quello che vorrei.

Questi due aspetti sono confluiti in uno spettacolo sulla bicicletta come strumento di libertà, per tutti e in ogni parte del mondo, e come strumento di liberazione, nello specifico per le donne e nella storia di quest’ultimo secolo.

2. Alfonsina Strada, le staffette partigiane, Antonella Bellutti e poi le donne migranti, qual’é il filo conduttore del tuo spettacolo?

Potrei dare due risposte. Il primo filo è quello che lega alcuni casi esemplari in cui la bicicletta ha rappresentato uno strumento di emancipazione concreta, non solo nello sport ma anche nel potenziare un ruolo “attivo” della donna nella società.

Le storie che avete citato sono precedute da una specie di prologo molto scherzoso ma di grande importanza: accenniamo, per sketch, a pregiudizi di fine Ottocento-inizi Novecento molto diffusi in Italia, pregiudizi di cui erano oggetto le donne che andavano in bicicletta, con tutte una serie di presunte ricadute paramediche e fisiologiche. Si diceva, ad esempio, che la bicicletta danneggiasse gli organi riproduttivi, portasse malformazioni… inoltre era uno strumento considerato indecente per via della sua (sempre presunta) connotazione erotica. Noi queste cose le diciamo nello spettacolo, mostrando anche il coté ironico della letteratura dell’epoca, che dipingeva queste donne cicliste come strane ed eccentriche – come peraltro erano e come penso si debba essere a volte nella vita se si vuole ottenere qualcosa.

Questo aspetto ci interessa non solo perché racconta la difficoltà del conquistarsi questo strumento ma anche perché evidenzia come le argomentazioni adottate per criticare una qualsiasi conquista femminile siano sempre le stesse, ossia spiegazioni pseudo-scientifiche, pseudo-naturalistiche, fondamentalmente di controllo del corpo femminile, come quelle che contestavano l’accesso delle donne alla Magistratura poiché le si considerava “umorali”.

Dovremmo anche aver superato il concetto di natura come una sorta di entità divina e quindi immutabile; ma in realtà ancora oggi ci vengono date spiegazioni di questo tipo: dobbiamo tenerlo presente e dobbiamo non farci mai bloccare da queste argomentazioni.

corso donne straniere

corso donne straniere

Il secondo, possibile, filo conduttore è interno, ed è ben rappresentato dall’ultima di queste storie, vale a dire quella delle donne straniere che oggi imparano ad andare in bicicletta. Io mi sono basata sull’esperienza della FIAB di Modena, non solo perché ero venuta a conoscenza di questa attività, ma anche perché volevo essere molto concreta, molto specifica, volevo dire i loro nomi, quello che fanno quotidianamente nella vita, le cose pratiche che vengono fatte e come vengono fatte, così da poter pensare di farlo noi stessi.

Le storie delle donne che ho intervistato rappresentano da sole una miniatura di tutto lo spettacolo, che a sua volta è la miniatura di uno spaccato molto più grande. Queste storie ci fanno (ri)scoprire che andare in bicicletta può essere divertente, utile, comodo, economico, relativamente facile e che rende indipendenti. Le donne mi raccontano che da quando hanno la bici possono andare in giro da sole, non devono chiedere a qualcuno di accompagnarle; cosa che vale anche per noi, se ci pensiamo: per me la bici è stato lo strumento che mi ha permesso, finalmente, di uscire, la macchina non ce l’avevo, il motorino non ce l’avevo, l’autobus c’era fino all’una di notte …

Sono gli stessi elementi che tengono insieme tutte le storie dello spettacolo: in modo diverso, sono storie di professionismo, di lotta politica e di partecipazione civile.

3. Veniamo alla nostra precipua esperienza, quella del corso per insegnare alla donne straniere ad andare in bicicletta e all’incontro con le donne migranti: raccontaci come è andata e quali sono state le tue riflessioni , umori, reazioni…

L’esperienza è stata molto intensa. Quando ho sentito parlare di questo corso non ho pensato, come quando ho letto i diversi libri, “adesso guardo e vedo se è interessante”, ho pensato “è proprio ciò di cui voglio parlare”. Ho incontrato la Fiab di Modena, che mi ha spiegato il progetto e mi ha dato alcune informazioni che mi sono servite per lo spettacolo e mi ha infine indirizzata alla Casa delle Donne Migranti, frequentata da molte delle donne straniere che seguono i loro corsi.

Qui ho trovato una grande disponibilità, Edith mi ha messo in contatto con alcune di loro e le ho intervistate. Avevano una grande voglia di raccontare e mi hanno raccontato storie molto diverse tra loro; le ho registrate, ma mi hanno chiesto di non fare ascoltare in pubblico le loro voci. Quando le ho riascoltate a casa, da sola, mi sono molto emozionata.

corso donne straniere

corso donne straniere

Cosa ho imparato? Un sacco di cose. Più domande che risposte. Innanzitutto, sono tutte storie diverse, dato che ogni paese di provenienza ha una cultura differente, ma, come da noi, è diverso anche se si viene dalla città o da un paese. Ho notato da alcune di loro la bicicletta non era stata presa in considerazione per molto tempo, a volte per paure, altre per pregiudizi o divieti espliciti.

È interessante perché se si facesse un serio discorso di coscienza femminile si vedrebbe che il crinale fra queste due cose è molto sottile, perché una proibizione, a meno che non sia sanzionata con una punizione corporale immediata, molto spesso crea in noi una auto-moderazione, una auto-repressione che fa in modo che in questa cosa non ci buttiamo. Cito un caso molto chiaro: Edith mi ha raccontato che ha imparato ad andare in bicicletta a 28 anni, dopo che si era separata dal marito. Nonostante lui stesso avesse cercato di insegnarle, lei non era riuscita a imparare: solo dopo la separazione, che corrispondeva ad una presa di coscienza, c’è riuscita.

Così anche un’altra donna che ho intervistato, di origine albanese, racconta che a lei non era proibito andare in bicicletta, ma aveva molta paura; quando si è separata, ha fatto un percorso particolare, si è liberata di una famiglia molto oppressiva e ha iniziato a concedersi delle cose come andare in giro da sola, ed è per questo che ha imparato ad andare in bici.

Poi mi ha colpito molto la storia di Rima, di origine marocchina che, con un entusiasmo debordante, mi ha raccontato che adesso lei va ad aiutare al corso, e lo racconta come qualcosa che le riempie la vita. Mi ha detto mille volte “perché io salgo nella bici, giro e sono felice”, e vorrebbe che lo fossero anche le altre. In questa storia appare chiaramente il valore del passaggio di testimone tra donne, la trasmissione di un sapere, anche molto pratico, e di una presa di coscienza.

4. Dopo aver visto “E io pedalo” ti abbiamo coniato con una definizione che compendia due concetti : quella di direttrice e quella , più ludica, di ciclista, ti calza questa definizione? Quanto la senti tua? In particolare ti chiediamo se e come quest’esperienza ha cambiato il tuo approccio alla bicicletta e alla mobilità nel contesto urbano in cui vivi?

Oddio, “direttrice” mi fa un po’ paura però diciamo di sì… nel senso che si suppone che un regista diriga. Ma fino a un certo punto; diciamo che propone una direzione, poi, se funziona, qualcuno segue.

Ciclista? Come la donna del mio spettacolo sono una di quelle che in inverno non va in bicicletta, perché ho le borse, con la giacca mi suda la schiena… Insomma sono una di città, specie adesso che ho la macchina. Insomma, sono una ciclista poco attiva, ma sinceramente debitrice alla bicicletta. Tra i tanti episodi, ne cito uno. Al tempo del liceo la bici faceva da buchetta della posta: avevo un’amica che andava già all’università, mentre io frequentavo ancora il liceo, i cellulari non c’erano ancora e lei mi lasciava i bigliettini sulla bici.

spettacolo - e io pedalo

spettacolo – e io pedalo

Mi avete chiesto se lo spettacolo ha cambiato il mio approccio alla bici. In parte sì, perché mi sono resa conto che vorrei usarla di più, per sentirmi un po’ più libera. Io appartengo a quella fetta di popolazione che vive in macchina con l’auricolare del telefono nelle orecchie; tuttavia, facendo questa ricerca, leggendo tanti testi sulla bicicletta, sentendo tante esperienze, mi sono detta che un cambiamento ci vuole e che non è più procrastinabile. Il mondo non ci concede questi tempi, lo dice Antonella Bellutti in una sua intervista che cito nel testo. I ciclisti, afferma, sono personaggi scomodi perché danno un tempo che non è quello della città e del resto del mondo; si inseriscono con la loro leggerezza e con i loro ritmi diversi – che non sono necessariamente più lenti perché in città sono anzi più rapidi – in un mondo fatto modo differente. Essere scomodi però è importante, per non essere totalmente travolti da cose che non abbiamo scelto. Ma anche da quelle che abbiamo scelto.

Dunque sì, personalmente mi sento un po’ cambiata e spero che lo spettacolo faccia qualcosa in questo senso. Un’amica, che non si occupa né di teatro, né di bici, mi ha raccontato che dopo il debutto a Sant’Agata ha sentito un gruppo di signore dibattere su chi ancora andava in bici, chi non c’era mai andata, etc. I dibattiti nascono sempre dopo gli spettacoli e ho pensato “ecco era proprio quello che volevo”.

E io pedalo

Grande successo ieri sera a Sant’Agata Bolognese alla prima dello spettacolo di Donatella Allegro con Irene Guadagnini : “E io pedalo” , durante il quale si racconta un secolo di storia attraverso la bicicletta e tra un giro di ruota e il successivo  si riflette su aspetti culturali, politici e sociali legati a questo mezzo sempre attuale,  che ieri come oggi corre libero e veloce, alimentando sogni e speranza, il desiderio di riscatto e di ribellione, la lotta per la resistenza, il bisogno di autonomia.

Una parte dello spettacolo si è ispirato ai corsi che la Fiab di Modena svolge da diversi anni per insegnare l’uso della bicicletta alle donne straniere

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Progetto pane a Villa Sorra: grani antichi e vecchie biciclette

gruppo al mulino di panzano

gruppo al mulino di panzano

PROGETTO PANE A VILLA SORRA – DOMENICA 10 APRILE 2016

Quante volte ci è capitato di passare da Villa Sorra o da Panzano e gettare uno sguardo distratto ai campi, agli alberi, alle opere agricole, alle infrastrutture? Ebbene, la “passeggiata in bicicletta” nelle campagne intorno a Villa Sorra ci ha aiutato, con l’aiuto di un esperto, a leggere dentro alcuni aspetti del paesaggio agrario ignoti ai più.

Grani antichi e vecchie biciclette
Eugenia Coriani

Le prime ombre delle sera scendono nel bel contesto architettonico e ambientale di Villa Sorra. I numerosi partecipanti alla manifestazione promossa dal Museo Civico di Modena legata alla scoperta del paesaggio agrario della nostra zona e al progetto pane, se ne sono già andati.

Giornata intensa e per certi versi “faticosa”; accompagnare due gruppi di ciclisti, uno al mattino con partenza da Modena e l’altro al pomeriggio con partenza dalla Villa stessa non è stato semplice. Oggi si è rinnovata la collaborazione tra noi e il Museo Civico di Modena iniziata lo scorso anno in occasione dell’anniversario dello scultore Giuseppe Graziosi.

Quest’anno il progetto era quello legato al pane: dalla semina alla raccolta. Intorno al complesso Sorra vengono coltivate antiche varietà di grano da cui si ricava, attraverso una lavorazione artigianale, un pane a marchio “Villa Sorra”, acquistabile presso il mercato Albinelli di Modena.

Il ciclo-percorso ci ha consentito di leggere, con l’aiuto di una guida, i segni ancora presenti nel paesaggio agrario, che hanno caratterizzato le attività nei secoli passati nel modenese: la regimazione e lo sfruttamento delle acque, le sistemazioni agrarie e le relative coltivazioni, le infrastrutture per la trasformazione e la conservazione dei prodotti; i maceri per la canna e la successiva produzione di canapa, le piantate con la vite maritata, i numerosi mulini ad acqua per la macinazione dei cereali.

Il ciclo-turismo, adatto a tutte le età, è la forma di trasporto più adeguata per conoscere da vicino gli aspetti ambientali e culturali del territorio da valorizzare e tutelare.

E le vecchie biciclette? Qualcuno deve essere stato tratto in inganno dal titolo dell’iniziativa: grani antichi richiedono vecchie biciclette! Ecco allora il motivo per cui in molti si sono presentati alla partenza con biciclette recuperate, dopo anni di abbandono, in solaio o in cantina. Il mulino Malvasia del castello di Panzano, gentilmente aperto per l’occasione dalla famiglia Righini, era senz’altro molto meno rumoroso di alcune biciclette da battaglia!

Perdersi nel labirinto inghiotti-ciclisti

gruppo fontanellato

gruppo fontanellato

Modena-Parma in treno, con qualche disavventura. E poi via in bicicletta verso Fontanellato, tra stradine basse e ciclabili lungo il fiume Taro, per arrivare infine al Labirinto della Masone, un parco culturale progettato da Franco Maria Ricci, che ospita la sua collezione d’arte (circa 500 opere dal Cinquecento al Novecento), nonché la collezione storica di tutti i libri curati da Franco Maria Ricci in cinquant’anni di attività editoriale.
Imperdibile l’attraversamento del labirinto, realizzato interamente con piante di bambù di specie diverse. Dentro il labirinto è bello perdersi e ritrovarsi.


 

Ritrovo alle 7.50 alla stazione di Modena. Dopo una settimana di tempo incerto, caldo e freddo che si alternano con un’escursione di 20 gradi, gli amici della Fiab di Modena passano i primi 10 minuti a spiegare perché alcuni hanno le braghette corte e altri tre pile più piumino più antivento! Immersi tra saluti e commenti sull’abbigliamento ecco la nostra magnifica capogruppo Emanuela nonché organizzatrice con la prima notizia terribile: un treno è guasto e avrà ben 35 minuti di ritardo. Sarà mica il nostro? Ovviamente sì! Ma cosa sono 35 minuti per un gruppo pieno di voglia di pedalare e divertirsi? Niente… se non fosse che avevamo un appuntamento con un altro socio Fiab che doveva salire a Rubiera e altri 20 amici soci Fiab che ci accoglievano all’arrivo di Parma.
Emanuela non si lascia prendere dal panico. Decisa e con le mani nei fianchi si presenta davanti al capostazione e spiega che non possiamo accettare una situazione del genere. Prontamente le Ferrovie dello Stato che capiscono le esigenze di un folto gruppo di ciclisti ci indica un nuovo treno che con soli 20 minuti di ritardo rispetto al programma ci avrebbe portati a Parma. Agilmente sul binario 2 fitto di gente si vedono 12 biciclette pronte a salire sul treno. Emanuela nomina un responsabile di logistica per la sistemazione delle bici e due responsabili al carico. Il loro intervento è stato talmente professionale che abbiamo ricevuto i complimenti non solo dalla gente attorno, ma anche dal capotreno. Il complimento più bello è stato quello di una coppia che ha detto: si vede che questi girano molto insieme, guarda che affiatamento!

In realtà c’erano persone che uscivano la prima o la seconda volta. Ma in quel gruppo non v’era differenza, si era tutti uniti. Il viaggio dura mezz’oretta e a Parma il personale della stazione, allertato da Silvia, capogita degli amici Fiab di Parma, ci accoglie prontamente e ci fa passare sopra i binari, tutti compatti!

Davanti alla stazione di Parma troviamo un gruppo di una ventina di amici di Parma, allegri nonostante il nostro ritardo, attendiamo il membro che doveva salire a Rubiera e finalmente ci siamo tutti, con un ritardo che recupereremo sicuramente ma che abbiamo già compensato con un sacco di risate e simpatia. Intanto anche la temperatura è salita e la giornata si prospetta veramente bene.

Partiamo in fila emiliana verso quel di Fontanellato. Usciamo dal centro e costeggiamo per un bel tratto il fiume Taro sulla sua bella ciclabile. Tutte stradine pochissimo trafficate, lontane da statali, passando da Vicofertile, Collecchio, Fontevivo. Una sana biciclettata con chiacchiere e sorrisi tra i membri, senza differenza tra chi si conosce da sempre e chi partecipa per la prima volta. Quasi senza accorgercene, giungiamo in centro città di Fontanellato dopo circa 30 km di pedalata. E qui 40 minuti di libertà per pranzare o visitare la rocca o il santuario. Ci sparpagliamo liberamente tra la gran folla presente per il mercato domenicale per ritrovarci 5 minuti dopo sulle mura della Rocca circondata dal fossato di acqua. Meraviglioso tutto, il paesaggio, la compagnia, le condizioni meteo e la nostra forma fisica e mentale.

Puntualissimi rispetto alla tabella di marcia imbocchiamo tutti compatti la strada che ci avrebbe portato attraverso la frazione Priorato con la sua bellissima Abbazia fino al labirinto della Masone.
Anche qui ci aspettavano già le guide che ci avrebbero, purtroppo, guidato solo per la parte del Museo con le collezioni d’arte di Franco Maria Ricci e non per il labirinto, dove dovevamo perderci da soli.

Molto interessante conoscere il grafico editore che inizia la sua attività a Parma nel 1963. Un editore molto particolare che segue determinate peculiarità nella realizzazione dei suoi raffinati tomi, come i caratteri in oro zecchino sulle copertine e la pregiata carta azzurra di Fabriano. La nostra guida, un bellissimo giovane ragazzo molto bravo a spiegare le opere, ci riempie di affascinanti curiosità su ogni opera esposta. Tra le sculture e i dipinti di epoche estremamente diverse, falsi riprodotti nelle epoche passate e interessanti informazioni sui materiali e le tecniche adottate, tutti gli amici della bicicletta erano a bocca aperta, coinvolti dai racconti e trasportati in un passato mai immaginato.

Poi la gentile e bella guida ci accompagna all’ingresso del labirinto, ci mostra una piantina che non possiamo avere, ci indica dei numeri che non sono in fila, ci dice che non ci sono teorie da seguire per uscire e ci augura buon divertimento. Seguono 40 minuti di cammino in un labirinto fatto di canne di bambù con di tanto in tanto un numero grandissimo, li vediamo tutti, si presentano a sorte, e ogni volta c’è qualche esperto che guardando il sole o la direzione delle foglie indica, sicuro di sé, una via che immancabilmente ci porta in un vicolo cieco. Tutte le varie soluzioni alternative (passiamo in mezzo ai canneti, saltiamo, ci arrampichiamo)… non sono fattibili, ma ci fanno un sacco divertire. E visto che esiste un Dio anche per i ciclisti, abbiamo trovato l’uscita, divertiti con un’ultima salita su una torretta da dove si presentava una vista infinita sull’impareggiabile bellezza del luogo e sul labirinto inghiotti-ciclisti.

Riunitici e spogliatici dagli ultimi strati di vestiti che ancora avevamo addosso ci prepariamo al ritorno. La temperatura era salita a quasi trenta gradi, incredibile. Silvia ci fa ritornare da una meravigliosa stradina che si sviluppa tra alberi di frutta fioriti, cespugli in fiore, campagne verdissime. Troviamo anche un guardrail che ad un tratto ci blocca la strada, ma prontamente si riunisce l’equipe di logistica e, come nelle migliori organizzazioni, le bici vengono sollevate e portate dall’altra parte.

Ormai la fatica incomincia a sentirsi, ma come per magia, e come si usa a Parma, un amico parmense, durante una piccola sosta lungo la strada, passa tra gli amici con in mano un bel pezzo di Parmigiano che per la gioia di tutti sparisce in men che non si dica e ci fa recuperare tutte le energie per arrivare sani e salvi alla stazione di Parma.

Un grazie di cuore a tutta l’organizzazione, a tutti gli amici della bicicletta e un bel “aripedalarci” presto.

Beatrice Vandelli

Rocca Rangoni di Spilamberto: un libro di pietra, scritto da molte mani

foto di gruppo

foto di gruppo

Domenica 20 marzo, Giornata FAI di primavera – Visita ai beni aperti dal FAI di Modena
Rocca Rangoni di Spilamberto: un libro di pietra, scritto da molte mani

Un libro di pietra, scritto da molte mani, in epoche diverse. Così la giovane studentessa del Wiligelmo che ci ha guidati nella visita a Rocca Rangoni di Spilamberto ha iniziato il suo racconto. E in effetti il “viaggio nel tempo” ci ha portato dal Trecento ai giorni nostri, attraverso i molteplici segni, a volte confusi e sovrapposti, di stili ed utilizzi differenti.


 

Liscio e tranquillo l’itinerario ciclistico che ci ha portato a Spilamberto, dove la giornata Fai si mescolava al mercatino dell’antiquariato e al tradizionali mercato dei piccoli animali, in una mescolanza di colori, suoni e… piume molto curiosa.

Una mescolanza per molti aspetti simile a quella che abbiamo trovato durante la visita a Rocca Rangoni: dai merli e dalle caditoie medievali tipici dell’architettura fortificata, ai pochi segni rimasti sull’intonaco di pitture seicentesche, a decori risalenti ad epoche successive, quando il palazzo, tra XVII e XVIII secolo, accolse in villeggiatura anche esponenti della famiglia ducale modenese.

Infine, il palazzo divenne un’azienda agricola: intonaco bianco per “ripulire” i muri, controsoffitti ora in parte crollati, e ovunque segni di arredi ormai semidistrutti dal tempo.

Nella seconda parte del percorso, novelli Indiana Jones, abbiamo indossato un casco protettivo e percorso stanze e corridoi attrezzati con passerelle di sicurezza, dove i segni del degrado si mescolavano ai resti stratificati di antichi splendori.

Qualcuno ha scelto come “percorso fotografico” proprio quello dei mobili: un tavolino pieno di libri contabili, un divano quasi sbriciolato dal tempo, una pila di vecchi piatti sul camino.

Mirella Tassoni

Innamorarsi di Fattori il giorno di San Valentino

14/02/2016 Mostra Giovanni Fattori al Palazzo Zabarella Padova

Innamorarsi di Fattori il giorno di San ValentinoMostra Fattori by Diana Altiero
Seguendo una guida dall’insolito nome, Mosè, andiamo alla scoperta di Fattori, a Padova.

L’originalità di questo pittore sta nel rifiuto dell’uso del disegno come guida alla pittura, tant’è che nelle sue opere è particolarmente evidente che i quadri non si possono vedere solo in fotografia o sullo schermo di un computer, perché in realtà sono anche un po’ sculture, piene di rilievi e avallamenti.

 

A Padova una pioggia discreta ci accompagna lungo il percorso che ci porta a Palazzo Zabarella e che si interrompe brevemente per una sosta irrinunciabile al Caffè Pedrocchi per degustare il noto caffè e respirare l’atmosfera elegante e signorile.

Al Palazzo Zabarella la guida che ci accoglie si presenta: “Mi chiamo Mosè”, un nome che suona strano, non comune, pervenuto direttamente dalla Bibbia a noi, suggerendo quasi riverenza, soggezione. Iniziamo il viaggio nella mostra di Fattori con Mosè che ci racconta, con fare personale e appassionato, di come sia differente vedere i quadri in foto o su un monitor di computer. Infatti sostiene che anche i quadri potrebbero essere visti come sculture in quanto anch’essi presentano rilievi e spessori visibili solo con l’opera davanti agli occhi. Fattori viene “dipinto” come un precursore rispetto alle correnti artistiche successive, anche se lui, come altri del suo tempo, si è tenuto lontano da Parigi.

L’originalità sta nel rifiuto dell’uso del disegno come guida alla pittura e nella scelta del formato stretto e lungo, per alcune opere, quasi a suggerire un movimento dello sguardo che conduce al soggetto protagonista. Le opere di guerriglie risorgimentali sono trattate non com’era d’obbligo al suo tempo, cioè come una storia celebrativa, ma come una storia delle retrovie, dell’uomo soldato. I luoghi di battaglia erano scelti e divenivano oggetto di osservazione per la successiva ambientazione nella quale inscenare la sua verità di guerriglia; infatti in “Posta militare sul campo“ vi sono raffigurati momenti di vita quotidiana.

Non mancano altri soggetti quali ritratti e marine, come “La rotonda di Palmieri“, in cui le donne sono appena accennate da figure essenziali, quasi delle macchie; e poi animali,  quali i bovi nel “Pio bove”, in sintonia con l’omonimo sonetto di Carducci.

Mosè ha compiuto in modo esaustivo e professionale la sua missione traghettandoci da una sponda all’altra della mostra e lasciandoci innamorati di Fattori proprio nel giorno della festa degli innamorati.

Diana Altiero
FIAB Modena

 

 

 

 

Graziosi Around: sulle orme dello scultore Graziosi

Graziosi

Graziosi

Sulle orme dello scultore Graziosi  – 9 e 10 MAGGIO 2015
Graziosi Around
Diana Altiero

Il progetto “Graziosi Around”, vincitore della IV edizione del concorso “Io amo i beni culturali”,- promosso dall’ Istituto per i Beni Artistici e Naturali della regione Emilia Romagna, è stato realizzato grazie alla collaborazione tra l’Istituto d’Arte Venturi e il Museo Civico d’Arte di Modena.

Due giorni intorno al Graziosi, artista contemporaneo degli impressionisti ma dai quali prese le distanze, amando rappresentare il suo amore per la natura e il lavoro nei campi.

Il primo giorno, il 9 maggio, si è svolto l’itinerario nel centro di Modena, partendo proprio dalla Gipsoteca a lui dedicata e a seguire, attraverso un percorso a piedi, alla scoperta delle opere presenti nel centro della città. Studenti dell’Istituto d’Arte Venturi si sono cimentati nel ruolo di novelli ciceroni. È curioso come sculture viste tutti i giorni passino inosservate ai nostri occhi ciechi di conoscenze e curiosità.

Il secondo giorno, 10 maggio, la Fiab è stata coinvolta nel percorso ciclistico che aveva come obiettivo di accompagnare in bicicletta i cittadini che lo avessero desiderato da Modena a Savignano sul Panaro, luogo natio del Graziosi dove è nato e cresciuto. A Savignano, esperti di storia locale si sono prodigati in racconti anche curiosi sull’artista, ci hanno fatto conoscere la casa natia e, splendida ancora oggi, la grande quercia rappresentata nei quadri dell’artista, la casa di vacanza in collina, poco distante dalla prima, con una splendida visuale sulla pianura. Tutto questo ci ha fatto rivivere le atmosfere a lui familiari.

 

MARC CHAGALL, Mi è rimasto nel cuore …

chagall - milano

chagall – milano

ARTEBICI
MARC CHAGALL – UNA RETROSPETTIVA 1908-1985
18 GENNAIO 2015

Mi è rimasto nel cuore …
Diana Altiero

Ci sono mostre che ci sorprendono e ci emozionano come mai altre, così capita anche che alcuni quadri, visti dal vero, ci rimangano nel cuore più di altri.
Della mostra retrospettiva di Chagall a Milano mi è rimasto nel cuore “La passeggiata”, lei in volo con la mano appoggiata su quella di Chagall. Due mani accostate, educate, rispettose, ispiratrici e che fanno volare entrambi. Lui pronto a spiccare il volo, lei già in volo ma … in attesa che lui la segua, uno scambio tra amanti.

Mi è rimasto nel cuore anche “Il compleanno”, lui che, svolazzando allegramente, si contorce a baciare lei che gli ha appena regalato un mazzo di fiori. Per Chagall l’amore fu sempre al centro della sua vita affettiva e professionale.

Più in generale, mi è rimasta nel cuore la capacità di Chagall di dipingere liberamente, aldilà di ogni canone e senza perdere in naturalezza e semplicità, cogliendo spunto dalla vita reale ricca di episodi al limite del fantastico.

Non ultimo, mi è rimasto nel cuore il viaggio di ritorno in treno che da Milano ci ha riportato a Modena. Uno scambio di commenti sulla mostra appena visitata ha innescato l’interesse di un’altra passeggera a noi sconosciuta, e l’avvio di un piacevole scambio di opinioni/informazioni su vari argomenti compresa la simpatica disputa storica tra reggiani e modenesi conclusasi con un pareggio.
Evviva Chagall!

Spendi! (Vendi!) e Spandi!: l’età d’oro della sicurezza

Atelier Spendi! (Vendi!) e Spandi!: l'età d'oro della sicurezza

Atelier Spendi! (Vendi!) e Spandi!: l’età d’oro della sicurezza

In occasione dell’avvio di Carissimi Padri… siamo alla ricerca di 100 attori non professionisti, di ogni età e anche senza nessuna esperienza teatrale, che abbiano voglia di recitare insieme agli attori e al regista del progetto!

L’atelier di apertura Spendi! (Vendi!) eSpandi!: l’età d’oro della sicurezza che si terrà venerdì 23 gennaio presso il Dipartimento di Economia Marco Biagi, Viale Berengario 51 – Modena.

Per tutti coloro che avessero voglia di partecipare attivamente, le iscrizioni sono aperte!

Le prove dell’atelier si terranno il fine settimana precedente sempre presso il Dipartimento di Economia nelle giornate di sabato 17 e domenica 18 gennaio

In occasione dell’Atelier Spendi! (Vendi!) e Spandi!: l’età d’oro della sicurezza, l’evento di apertura di Carissimi Padri. almanacchi della “Grande Pace” (1900-1915), nuovo progetto di ERT Fondazione che si snoderà nel corso del 2015 e vedrà, guidati dal regista Claudio Longhi, gli attori Donatella Allegro, Nicola Bortolotti, Michele Dell’Utri, Simone Francia, Olimpia Greco, Lino Guanciale, Diana Manea, Eugenio Papalia e Simone Tangolo indagare sulle cause che cento anni fa portarono allo scoppio della Grande Guerra, siamo alla ricerca di 100 attori non professionisti, di ogni età e anche senza nessuna esperienza teatrale, che abbiano voglia di recitare insieme agli attori e al regista del progetto!

Le iscrizioni sono aperte fino al 13 gennaio, vi invitiamo dunque ad iscrivervi!

Calendario:

Prove
sabato 17 gennaio – dalle 14.30 alle 20.30
domenica 18 gennaio – dalle 11.00 alle 17.00
Atelier
venerdì 23 gennaio

Dove: Dipartimento di Economia dell’Università di Modena e Reggio Emilia
Marco Biagi Viale Berengario 51, Modena

Per info e iscrizioni comunica i tuoi dati all’indirizzo mail carissimipadri@emiliaromagnateatro.com

Per maggiori informazioni

Diletta Venturelli
Emilia Romagna Teatro Fondazione
Tel: 059.2136031
Mail: d.venturelli@emiliaromagnateatro.com
Fax: 059.2138252

 

Carissimi Padri: almanacchi della “Grande Pace” (1900-1915), è il nuovo interessante progetto di ERT Fondazione. Come FIAB Modena stiamo collaborando con ERT ed abbiamo inserito nel nostro programma di quest’anno 2 gite cittadine in bicicletta dedicate al tema della scoperta in città dei luoghi e testimonianze legate alla bella epoque e alla I Guerra Mondiale.

Matisse Rewind

matisse rewind

matisse rewind

Matisse Rewind

Due giorni a Ferrara, raccontati “all’indietro”. A partire dal gesto finale di ogni visita a mostre e musei: l’acquisto di qualche cartolina ricordo delle immagini che più mi hanno colpito. In questo caso, la figura nera che sembra volare su fondo blu, tratta dal libro Jazz (tavole originali in mostra), creato con una tecnica particolare di decoupage, e realizzato negli ultimi anni della sua vita, quando Matisse fu costretto in carrozzina. E poi – anzi, e prima – la mostra: tanto colore, le figure umane su sfondi sgargianti e a volte un po’ inverosimili, con tutti quei fiorami, quelle righe, quei rossi e blu e gialli. Sempre riavvolgendo il nastro, è bello svegliarsi in una Ferrara splendente di sole. La sera precedente, prima di crollare dopo la lettura di un paio di righe di Cinque storie ferraresi di Bassani, non ci siamo negate un tuffo nella gastronomia locale, che mantiene ciò che promette.

Ma tutto comincia, in realtà, con una gran pedalata, un’ottantina di chilometri per argini e ciclabili, sotto un sole caldo ma piacevole, in buona compagnia.
Ed eccoci qui, in piazza 1° maggio, le bici con le sacche, perché si dorme fuoriporta e comincia l’avventura.

Km percorsi Modena Ferrara 82. Sosta pranzo a Finale Emilia – Strade pianeggianti a basso traffico veicolare e ciclabili in sede propria
Bastiglia-Bomporto-Palata-Caselle-Finale Emilia-Argine per Bondeno-Ciclabile del Burana

Mirella Tassoni